<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-6503019281219852985</id><updated>2012-01-17T01:02:11.423-08:00</updated><category term='racconti di viaggio'/><category term='video sul mio lavoro'/><category term='le mie foto'/><category term='Roscigno'/><category term='due novembre'/><category term='i miei dipinti'/><category term='critica sociale'/><category term='fiere d&apos;arte'/><category term='arte contemporanea'/><category term='India'/><title type='text'>eliana petrizzi</title><subtitle type='html'>arte, scrittura, fotografia, imperfezioni definitive</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6503019281219852985/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>eliana petrizzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06802162322834195878</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://4.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S18ADgSA-UI/AAAAAAAAAAM/YOdfxbs_YPY/S220/eliana.jpg'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>16</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6503019281219852985.post-2473113493071144067</id><published>2011-12-11T02:42:00.003-08:00</published><updated>2011-12-11T02:42:00.540-08:00</updated><title type='text'>Sul Natale e sulle Feste</title><content type='html'>Cammino per le stanze, riscaldata dal lieto frinire delle luci dell’albero, dal riflesso sulla stoffa dei cuscini, sui tasti del telecomando, sulla faccia di Babbo Natale posato sul marmo del tavolino. La soave mollezza dell’ozio mi porta a bere una tazzina di caffè in dieci sorsi almeno, a riordinare armadi, a toccare con dolcezza la lana delle sciarpe, a scrivere su quei taccuini di carta riciclata fatti a mano in paesi lontani, dimenticati nel  cassetto tra le ricevute delle bollette.&lt;br /&gt;Quest’anno, il presepe non l’ho fatto. Mi hanno stancato pastori, agnelli, galline, una natività avvizzita da ricordi che è bene, oggi, superare. Preferisco uscire, passeggiare in città quando i negozi sono aperti, confondermi tra la gente. I tacchi dei miei stivali segnano il passo con un colpo secco e preciso. Non penso a niente. Camminando, semplicemente li conto.&lt;br /&gt;Mi piace la grande opportunità che le Feste offrono di operare un censimento della popolazione. Capita così che qualcuno mi saluti e che io ricambi, ma in realtà non ricordo assolutamente chi sia, salvo poi scoprire che era un compagno delle scuole medie o il figlio cresciuto di un’amica di mia madre. Naturalmente, le scoperte da censimento sono il più delle volte sconfortanti: coetanei già sposati da dieci, quindici anni, con due o tre figli a carico; giovani donne anziane, maschi devastati dall’alopecia androgenetica e da un’imbarazzante zavorra di lardo sotto la cintura dei pantaloni.&lt;br /&gt;Ci si saluta o più comunemente ci si ignora. Mai come in queste occasioni, si scambiano conversazioni che non restano, si prendono appuntamenti per caffè che non si berranno, o per vedere foto che non si sono mai conservate.&lt;br /&gt;Passeggiando per le strade in festa, mi sembra di trovarmi dentro un  quadro fiammingo, dove non si vedono altro che l’arancio torbido degli incendi ed un tripudio di piccoli esseri deformi. Se non presti la dovuta attenzione ad ogni singolo dettaglio, l’impatto è persino piacevole: forme, colori, profumi, sorrisi in movimento. Ma appena affini lo sguardo, non puoi non accorgerti di un generale effetto accozzaglia dietro cui, come sempre, dominano mancanza di tradizione e, più in genere, di buon gusto. Anche quest’anno, pare non sia Natale senza brillantina dappertutto, luccichini e pacchianerie no comment, senza madri dementi che escono nelle viuzze dei centri storici affollati con passeggini cingolati e cani al guinzaglio grandi come pony. Ecco bancarelle che vendono quisquilie senza qualità, originalità né talento, e che perciò meritano di costare non più di un euro. Ecco gli stand con le palle decoupage che, insieme alle decorazioni a forma di cuore e di stella, rappresentano senza dubbio il più alto grado di pessimo gusto e banalità estetica. Seguono nell’ordine: il banchetto con  le tegole dipinte, quello con i corni e i pulcinella, quello delle borse griffate, quello delle pentole ed articoli per la casa, lo stand degli abiti cinesi e poi il banchetto con i gadget di Padre Pio in tutte le salse; con carillon incorporato, cosparso di stomachevoli vernici, e persino quello catarifrangente per chi, persosi nel buio della Vita, volesse ritrovare la retta via.&lt;br /&gt;Sul fondo della piazza, ecco la calca dei balli di gruppo. Qui, adunati in decine di file, vedi qualcosa che assomiglia ai matrimoni di massa in Giappone o ai film porno: uomini e donne che recitano a memoria mosse finte e sgangherate, con gli occhi fissi nel vuoto, ed una capacità mostruosa di continuare senza sosta all’infinito. &lt;br /&gt;Le strade principali si riempiono di plebe giunta da ogni contrada. La gente è precipitata in un kitsch che non ha più alcuna giustificazione. Come si spiegano queste ragazze vestite come i sacchi condominiali del secco, queste dodicenni addobbate come baby-prostitute? Dove si imbarcano questi uomini di mezza età con la tinta per capelli incollata in testa come un parrucchino, le camicie sbottonate, le canottiere bianche come i calzini di spugna, e appesa al collo una catena d’oro buona per portare il cane a spasso? Dove si avviano tante donne coperte da mantovane in raso (terra) con paillettes, borse rigorosamente false e lo smalto scrostato sulle unghie delle mani? &lt;br /&gt;Lungo il corso, non si perdona il tanfo di ascelle e cucina che svapora da molti passanti, né la maleducazione che si scatena nella ressa. Abbrutiti dalla barbarie dell’isolamento, anche sfiorarsi per caso genera un fastidio di cui non ci si scusa.  La verità è che essere in molti tra molti non è garanzia  di umanità, ma di un primordiale horror vacui. Nessuno ha il coraggio della superficie nuda, del grembo vuoto, del silenzio wabi, del minimo, del lento, del profondo. Non esiste millimetro in oggetti, abiti, decorazioni, accessori, che non sia riempito o sporcato da un dettaglio inutile e fuori luogo.&lt;br /&gt;Tra la gente, riesco stare al massimo  un paio d’ore. Dopo, mi ritrovo vittima di attacchi di nausea, e mai come durante le Feste. Resto asfissiata dalla miopia dei gusti comuni, dall’avidità onnivora del brutto, da persone ordinarie e tuttavia, sul più bello, imprevedibili come scarafaggi.&lt;br /&gt;Un tempo, la fatica e le difficoltà avevano salvaguardato la disciplina del poco, del misurato,  del buon gusto, oggi dissipata nelle miserie dell’eccesso. La Bellezza che ho amato per anni in opere d’arte, sinfonie, luoghi e pensieri, fatta di armonia, di forza, di completezza e di ordine, viene oggi affidata ad una manovalanza che la surroga penosamente. Una volta, la tradizione religiosa era fondata su riti e credenze nutrite da sentimenti condivisi. Oggi, la gente rumina la fibra di un rito che non significa più niente perché nessuno ne ricorda più l’origine ed il significato. Alla tradizione, fondata sulla ripetizione, si è sostituita la coazione a ripetere dettata, più che dalla Fede e dalla Storia, dal primordiale horror vacui di cui sopra. Le Feste comandate sono diventate, nel diario dei costumi sociali, quello che è il Nudo nella pornografia; un tema osceno che non riesce a dirci più niente sull’essenza delle cose. Nei negozi, i volti sventrati dall’abbaglio dei fari, mi dicono che la luce sa essere a volte più funesta del buio. Le chiese e i mercatini di beneficenza, mai come in questi periodi, si riempiono di una varietà di ipocrisie disarmanti. Accanto ai pochi credenti, ecco le mogli dei notabili che chiudono rapporti perché il regalo ricevuto dalla migliore amica a Pasqua non costava la stessa somma di quello acquistato da loro a Natale; quelle che appena fuori il sagrato infangano tutto e tutti per il dovere sociale del “sentito dire”, quelle che dimenticano troppo facilmente figli e figlie spacciati per santi i primi e per vergini le seconde, ma che all’improvviso si ritrovano in comunità di recupero, o a partorire figli lontano dal matrimonio.&lt;br /&gt;I devoti non-credenti delle Sante Feste si trascinano nella polvere della vita tentando il decollo verso il Paradiso, che non sempre arriva. La pista di rullaggio della vita terrena è piena di questi esseri poco riusciti. Sono i bugiardi, gli arroganti, i superficiali, i maleducati, gli ignavi; quelli senza consapevolezza né memoria, incapaci di dolore come di allegria. &lt;br /&gt;Anche quest’anno ho trascorso il tempo a comprare, infiocchettare, telefonare, impastare, pulire, ordinare, organizzare. Il senso profondo della Festa, come al solito, è rimasto altrove, mentre lo credevamo tra noi, nel cicaleggio dei sorrisi, nella foga di pietanze chiamate senza fame. In fondo, non si può nemmeno dire di essere stati male; abbiamo mangiato bene, nessuno si è ammalato, i regali ricevuti, acquistati o riciclati, pare siano piaciuti. Nelle conversazioni tenute con persone e parenti che si incontrano solo in queste occasioni, abbiamo persino trovato momenti di pace. Abbiamo indossato abiti colorati, ci siamo concessi qualche licenza, siamo rimasti in famiglia, pronti a trovare nel freddo, nella confusione e nella crisi il pretesto per non uscire di casa, per restare protetti dal calore sordo del clan. A mezzanotte, le TV hanno mostrato i festeggiamenti in giro per il Mondo. Tutti uguali, ogni anno le stesse cose: spari, fuochi, musica, qualche incidente, la ricerca disperata di luoghi nuovi in cui brindare:  in aereo, da un paracadute, sott’acqua. &lt;br /&gt;Nessuna telecamera nel Mondo dietro le quinte. Nessuna parola per le tante piccole cose meravigliose che accadono dietro un microscopio o in un bosco, in un bicchiere, su una pagina vuota; nessuna parola per i viaggi senza ritorno, per tutto l’amore e la grazia che evaporano, distrattamente dall’attrito tra i giorni, senza di noi.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6503019281219852985-2473113493071144067?l=elianapetrizzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/feeds/2473113493071144067/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/2011/12/sul-natale-e-sulle-feste.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6503019281219852985/posts/default/2473113493071144067'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6503019281219852985/posts/default/2473113493071144067'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/2011/12/sul-natale-e-sulle-feste.html' title='Sul Natale e sulle Feste'/><author><name>eliana petrizzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06802162322834195878</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://4.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S18ADgSA-UI/AAAAAAAAAAM/YOdfxbs_YPY/S220/eliana.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6503019281219852985.post-7526917089596906126</id><published>2011-11-18T02:05:00.001-08:00</published><updated>2011-11-18T02:05:46.662-08:00</updated><title type='text'>Il meglio del peggio, viaggio sulla litoranea di Salerno</title><content type='html'>Vacanza etno-antropologica sul litorale salernitano. Attenzione: testi delle canzoni di Tony Tammaro, barzellette e caricature di genere: è tutto vero!&lt;br /&gt;Presenti in ordine sparso:&lt;br /&gt;-tende da campo allestite con cerate per limonaie sotto cui, dopo i postumi della notte in discoteca, dormono giovani  balordi con  mutande griffate ben in vista oltre i bermuda, a torso nudo e con la testa poggiata su enormi angurie a mo’ di cuscini.&lt;br /&gt;-famiglie che alle nove del mattino azzannano menù da matrimonio, con una fame da dopoguerra.&lt;br /&gt;-ombrelloni regalati da bar e ristoranti con noti marchi di bibite e gelati.&lt;br /&gt;-lingue parlate: dialetto dell’agro sarnese-nocerino, polacco, rumeno.&lt;br /&gt;-Bob Synclair, Gigi D’Alessio e Gigione in filodiffusione dal bar del Lido.&lt;br /&gt;-ragazzo che entra in spiaggia con polo dal colletto rialzato con noto marchio per plebaglia, costumino a vita bassa da cui traspare fallo risicato e puntuto.&lt;br /&gt;-coppie di giovani genitori: lui tatuato, palestrato, costume bianco trasparente, piercing. Lei ex carina con prolasso di ventre e seno ad orecchia di cocker.&lt;br /&gt;-coppia di Siano: al pari delle scimmie Bonobo, passano tutto il tempo ad ispezionarsi e schiacciarsi punti neri.&lt;br /&gt;-giovane disadattato con pacco superdotato ben in vista, spinto in avanti portando le mani sui fianchi: indossa cappellino di Burberry e micro slip Armani.&lt;br /&gt;-due donne grasse come insaccati, indossano in spiaggia leggins neri attillati, canotte nere sintetiche superaderenti strette in vita da cinturoni luccicanti. Capelli ossigenati e grossi orecchini da due euro: passano sotto gli ombrelloni a chiedere un’offerta per  bambini disabili.&lt;br /&gt;-obesità: 80%. In ordine di età: stupida bambina obesa: venticinque minuti trascorsi in mare a riempire il secchiello alla sua sinistra e svuotarlo alla sua destra. Dodicenne obesa con occhiali da porno-gatta e smalto fucsia e turchese sulle unghie. Chili di cellulite bianco-grigia colano lungo le sue cosce come cera. Lecca un gelato palesando senza equivoci una naturale predisposizione alla fellatio. Quarantenne obesa con abbronzatura da lampada, costume brasiliano, mollettone nei capelli tempestato di strass e finte perle; fa il bagno con la sigaretta accesa in mano. Obesa in menopausa con perizoma maculato ed occhiali D&amp;G. Marito obeso accasciato a ronfare come un’orca arenata. Sessantenne obeso con nipote obeso, dragano il fondale a caccia di telline, malgrado risaputo divieto.&lt;br /&gt;-marocchino tramortito all’ombra del suo stand ambulante.&lt;br /&gt;-cinquantenne brizzolato, catena d’oro al collo con medaglione di Padre Pio, costume nero a fascia stretta, unghia del mignolo lunga, occhiale a specchio. Finge di leggere il giornale in attesa del primo sì disponibile.&lt;br /&gt;-trentacinquenne solitario con boxer del Napoli e lenti a fondo di bottiglia. Si gira a pancia in giù per nascondere un’erezione improvvisa.&lt;br /&gt;-Sosia di Tomba e Corona con capelli a rullo alla Little Tony.&lt;br /&gt;-Pseudo velina solitaria che legge “Visto”.&lt;br /&gt;-Novità del nero 2011: Lacoste false.&lt;br /&gt;-venditore di granite con trattore; passa avanti e indietro sul bagnasciuga fischiando ripetutamente. Se non lo vedi, pensi ad un richiamo delle guardie costiere in giro di controllo, assenti.&lt;br /&gt;-Aeroplano con striscione “40 anni Cettina: Auguri!!!”. In volo per dodici volte.&lt;br /&gt;- ragazza ventenne col fidanzato. Siede a gambe aperte, sputa e gracchia, con frequente ricorso a bestemmie. Il suo nome è Candida; nessuna sorpresa da una che si chiama come la peggiore delle infezioni vaginali.&lt;br /&gt;-Portati a riva dalle onde, in ordine di apparizione: un sacchetto nero, un Tampax, una medusa morta, una scorza d’anguria, l’asta di una scopa.&lt;br /&gt;Sulla via del ritorno, una ragazza cammina sul marciapiede forse verso la sua auto. Dietro le spalle si è attaccata un foglio con su scritto “Non sono una prostituta”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ il 30 Ottobre, una giornata tiepida, velata e piena di vento. Torno sulla litoranea in bicicletta. Attraversando il tratto di città che mi lancia verso lo spazio aperto, osservo negozi che non c’erano tre mesi fa, con insegne enormi e grafiche dai nomi esotici che ricordano il Brasile, New York, le grandi metropoli. Insegne dai nomi osceni, come “La Boutique della Carne” o “Il Paradiso dei fiori”, o nomi di insostenibile banalità: una gioielleria si chiama “Scintille di Luce”, una pasticceria “Le Delizie”. Dai negozi di abbigliamento aperti dalla camorra, affastellati in successione, escono folate di aria bollente che sa di abiti nuovi e colla cinese. Fuori, giovani commesse fumano una sigaretta in posa come le prostitute nelle vetrine di Amsterdam. Molti punti scommesse e sale da gioco. Un’ insegna promette di pagare il tuo argento a peso d’oro. Fondo stradale pessimo; la prova di destrezza non riguarda quale fossa evitare, ma come affrontare al meglio quella meno profonda. Infine, il rettifilo del lungomare. Perso il cobalto di Luglio, il mare riposa in letargo dietro la pineta. Intatte le insegne dei lidi, ma in spiaggia non c’è più nessuno. Le macchine che escono dai parcheggi sono quelle dei clienti che vanno a puttane. La pista ciclabile, costata miliardi, è un vialetto lurido e sconnesso delimitato da uno steccato in legno. Qui non passa nessun ciclista; a stento un cane, o qualche podista della domenica. Appollaiati in fila sullo steccato, marocchini e tunisini, soprattutto giovani, trascorrono l’intera giornata a controllare un traffico di affari e spostamenti che sfugge ai più.  Un’auto della  polizia passa a tutta velocità, diretta altrove.&lt;br /&gt;Il paesaggio è basso. Qui non vi sono palazzi, a parte qualche albergo ristrutturato da poco e dipinto con colori inspiegabili: il verde del camice dei dentisti, il giallo delle uova andate a male, l’arancione schiarito col bianco; il risultato è il salmone delle giacche che molti cafoni ancora indossano ai matrimoni.&lt;br /&gt;Il mare e la spiaggia sulla destra sono abitati da pochi pescatori e da una spazzatura finemente distribuita, come in schegge. A sinistra, il fiume pare una montagna sventrata. Alcune aree coltivate, un campo da golf, venditori abusivi di carciofi arrostiti, un bel caseificio, le torri in cemento di una fabbrica dismessa, avvolte da una ragnatela di edera rossa. Tra le serre, un casolare abbandonato senza finestre mostra file di panni stesi ad asciugare, biciclette cadute nel terreno o accatastate contro il muro; le automobili degli extracomunitari.&lt;br /&gt;Più avanti, un lungo muro di cemento costeggia i campeggi chiusi. Pochi manifesti affissi: il concerto di Mango, steso su un tappeto di foglie secche, e lo spettacolo hard di Milly D’Abbraccio; questi ultimi, incollati in sequenze di otto, come una raffica di starnuti. Ecco la baracca abusiva di un ristorante dove, ricordo, si mangiava il pesce buono. Sta lì da trent’anni, ma ha cambiato gestione; il proprietario è morto ammazzato e ora non ci va più nessuno. Ancora qualche chilometro e mi fermo per un caffè. Il bar è a ridosso della pineta. Con sorpresa, scopro che è anche pasticceria. E’ domenica; il bancone è pieno di dolci enormi; qui, con un bigné al cioccolato mangiano almeno tre persone. Prezzo: cinquanta centesimi. Dai cannoli occhieggia una crema bianca. Chiedo se è crema pasticcera. Ovviamente, il ragazzo mi risponde di sì, ma non è vero. Questa crema si chiama chantilly. I pasticcieri dicono che la gente la preferisce a quella gialla perché è più leggera. La verità è che la crema di una volta non la sa fare più nessuno, e così ecco questo intruglio di polveri, slavato come un sole lappone.&lt;br /&gt;La signora che mi prepara il caffè è un’italiana sui trent’anni, ma ne dimostra dieci di più. Mentre il caffè scende, fissa fuori dalla finestra con lo sguardo di una madre che pensa al figlio in guerra.&lt;br /&gt;Chiedo del bagno. E’ fuori, seconda porta a destra. “Toilette” scritto a mano con l’uniposca fucsia. La porta è aperta perché non si chiude. Sono stati asportati maniglia, lucchetti, lampadine, persino le manopole del rubinetto, da cui comunque non esce acqua. Socchiudo la porta sperando che non entri nessuno. Sul pavimento del bagno: una bottiglia di plastica vuota, confezioni di fazzoletti di carta, tovagliolini sporchi, un preservativo, un cestino pieno di carte ed assorbenti. Torno indietro, chiedo della carta igienica. La signora prende un rotolo, si avvolge lungo il polso un paio di giri e me li porge. Le chiedo perché non lascia la carta in bagno. Perché se la portano a casa.&lt;br /&gt;Riprendo il giro. In fondo alla strada, ecco una chioma di palme che friniscono al vento. Sono quasi arrivata alla rotatoria. Penso che se questo posto si fosse trovato in Emilia Romagna, sarebbe diventato un luogo ricco e sicuro che avrebbe portato gente, denaro, e soprattutto dato un senso all’aeroporto da poco costruito nei paraggi. E invece niente. Tutto è rimasto accasciato come molte cose al Sud, in quel disordine che affascina, forse, perché più vicino al nudo della vita,in quell’irrimediabilità che chiama scrittori, accende amori impossibili ed inutili nostalgie. Io, quando penso alla mia terra, penso alle case abbandonate dei piccoli paesi, senza intonaco, con le pietre scoperte che, specie alla luce radente del tramonto, mostrano portoni ciechi e finestre chiuse, e soprattutto la povertà della materia di cui sono fatte, nel  silenzio calmo e severo delle cose che non guariscono, e che non tornano. &lt;br /&gt;Sulla via del ritorno, la prima cosa che vedo è una prostituta su una cassetta rovesciata, seduta come su un bidet. Bionda, forse straniera, grassa, in là con gli anni. Bruttissima. Poco più avanti, sul muro alle sue spalle, qualcuno ha scritto con lo spry nero “ Qui fica, economica e amica”.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6503019281219852985-7526917089596906126?l=elianapetrizzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/feeds/7526917089596906126/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/2011/11/il-meglio-del-peggio-viaggio-sulla.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6503019281219852985/posts/default/7526917089596906126'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6503019281219852985/posts/default/7526917089596906126'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/2011/11/il-meglio-del-peggio-viaggio-sulla.html' title='Il meglio del peggio, viaggio sulla litoranea di Salerno'/><author><name>eliana petrizzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06802162322834195878</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://4.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S18ADgSA-UI/AAAAAAAAAAM/YOdfxbs_YPY/S220/eliana.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6503019281219852985.post-900897227468632868</id><published>2011-11-13T06:32:00.000-08:00</published><updated>2011-12-22T07:12:11.908-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Roscigno'/><title type='text'>Viaggio a Roscigno</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-Hd2m0UpYXgc/Tr_U6K-Yt_I/AAAAAAAAAUU/QujR2MqcJ04/s1600/roscigno%2B72.JPG" imageanchor="1" style="margin-left:1em; margin-right:1em"&gt;&lt;img border="0" height="236" width="400" src="http://2.bp.blogspot.com/-Hd2m0UpYXgc/Tr_U6K-Yt_I/AAAAAAAAAUU/QujR2MqcJ04/s400/roscigno%2B72.JPG" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;E’ il primo Novembre e vado a Roscigno, uno di quei paesi che raggiungi in due ore e visiti in venti minuti. Ma anche uno di quelli in cui il tragitto è parte integrante della méta. Oggi, per esempio, ho osservato per la prima volta le ghiandaie, uccelli visti finora solo impagliati sulla libreria di mio padre.  &lt;br /&gt;La Salerno-Reggio Calabria è vuota. Così, in breve tempo, raggiungo un paesaggio che si fa presto Lucania: fatto di silenzi, poiane, prati e grano, con cieli alti davanti e, di lato, la maestà selvatica delle montagne. Ogni tanto, ecco  tesori non meno importanti di un museo o di un parco archeologico: casolari abbandonati, antichi rifugi di contadini e pastori,  vuoti e come riassorbiti dalla vegetazione. Alla mia sinistra, un pendio roccioso coperto d’ulivi. Dalle mie parti, un albero vuoto si chiama paesaggio; un albero col frutto, proprietà privata. Qui non c’è differenza. In Lucania, la mia famiglia possiede quindici piante di ulivo. Non le possiamo espiantare e nessuno le vuole comprare. Anche a regalarle, dicono che non vale la pena pagare i soldi del notaio. Le olive non si raccolgono perché non conviene. Se le vedi e ti fermi a raccoglierle, non viene nessuno a reclamarle.  Nascono e muoiono, come gli insetti, come le pietre; senza testimoni. &lt;br /&gt;In cima alle montagne, ecco arroccati piccoli paesi quasi del tutto disabitati. Le case restano raccolte nella pronuncia ferma di colori che sembrano sorti direttamente dalla pietra, fatti della stessa fibra dei tronchi, dello stesso incarnato della paglia e dell’argilla. Sono case in coro, in cui ogni colore chiede il permesso a quello accanto, come a quello del paesaggio intorno e del cielo. Qui i bianchi e gli azzurri non sono quelli del Salento o della Costiera; sono bianchi a voce bassa, che hanno sempre un po’ paura del tempo che cambia all’improvviso, del sereno che dura poco. A valle, gli anziani che un tempo abitavano quei borghi, trascinati dai figli e dai nipoti, vivono oggi in costruzioni sparse alla rinfusa: piccole, colorate, orrende; immagine di un presente fatto di afasie urbanistiche e di solitudine. Nei paraggi, ecco aree di campo come arredate da un ciclone;  trattori, rimorchi, cataste di legna, teli di plastica ed utensili sparsi senza criterio per ettari. Ma la nostalgia non serve. Quegli anziani, oggi, le case che tanto affascinano i turisti, non le vogliono più sentire nemmeno nominare. A loro ricordano una vita fatta di miseria, di stanze buie un po’ cucina e un po’ stalla, fredde e strette, in cui le cose da fare non consentivano  di accorgersi, per esempio, della grazia di un otre o di un piatto rammendato. Le cose servivano e basta; non si potevano pulire più di tanto e dovevano durare il più a lungo possibile. Chi le abitava, aveva ricevuto poco e dato ancora meno. La carezza, il bacio scambiati il giorno del matrimonio, bastavano a tirare avanti una vita intera. Poi, solo figli e fatica. Il contadino che cinquant’anni fa curava gli ulivi ora liberi dal giogo del raccolto, su quella roccia saliva col mulo e con le mani; del paesaggio intorno forse non si era mai neppure accorto, spianato da una fatica che la sera lo predisponeva solo alla cena, al silenzio, ai no, e di notte a cercare, più che la moglie, le figlie. E’ stato proprio chi abitava queste case a volersene scendere al paese nuovo, in costruzioni che finalmente avevano un bagno, una doccia, luce ed acqua calda, stanze grandi e balconi. Sono stati loro a volere l’infisso in alluminio dorato, perché faceva pensare che il riscatto era finalmente avvenuto. Loro a volere gli intonaci con gli effetti a stucco veneziano, i nani in giardino, le copie di Veneri greco-romane vicino alle fontane, e le statue di Cristo e Padre Pio dappertutto. Di questi nuovi edifici, sono piene le poche città che incontro; piaghe da decubito, accozzaglia di antico e moderno in cui il presente resta accanto al passato senza mai un saluto, mai un inchino. In questi luoghi, come in tutti le cittadine del Sud, più si costruisce e meno c’è da vedere. Sono luoghi sgrammaticati in cui ogni costruzione, più o meno inutile o spropositata all’uso, oscilla tra il rigore neo fascista e l’algore cimiteriale. Sono, in fondo, città-eufemismo; ex paesi-spazzino che si fanno chiamare “operatore ambientale”, ex paesi-pastore diventati “imprenditore agricolo”. Poche aperture; ogni spazio disponibile resta devoto ora al muro di cinta, ora al deposito, ora al truogolo. Eppure, sarebbe il caso di essere più indulgenti col disordine. In molte famiglie capita un nonno saggio, lavoratore, d’intelletto fine, che ha un nipote scemo, superficiale e sciatto. Eppure il sangue è lo stesso, stessa è la storia che continua, anche se con una gamba in meno, o con scarpe poco adatte al cammino. Non è infatti da escludere che, se i nostri nonni avessero conosciuto prima l’enorme varietà di offerta concessa dal benessere, forse anche loro, già cent’ anni fa, avrebbero edificato costruzioni oscene e presuntuose come quelle dei figli e dei nipoti. &lt;br /&gt;Ora, però, conta uscire da qui, riprendere il largo verso il terreno sgombro. Incontro altri paesi abbandonati, quasi sempre a picco su un dirupo. Le case mostrano l’orbita vuota delle finestre. I tetti e i muri, come strisce di feltro adagiate all’orizzonte, hanno il grigio calmo e severo delle cose che non tornano. &lt;br /&gt;Arrivo a Roscigno. Il clima è quello giusto per visitare posti come questo: coperto, tiepido, immobile. Il vecchio borgo è un agglomerato circolare di case diroccate, oggi adibite a ricovero per mucche e vitelli. In quella che una volta era una cucina, è stata fissata la ringhiera di un balcone; dietro, tre maiali. Un museo della vita contadina, chiuso. Nel prato accanto alla fontana, un  tronco svuotato al centro giace accasciato a ridosso di pochi muri  di cui sono rimasti solo le pietre e i balconi, col legno sbiancato e fibroso come le ossa di chi vi abitava. Nella piazza, si è cercato di ricostruire qualche abitazione nel rispetto dei materiali di un tempo. Ma questa è una pietra senza rughe e senza sale che non interessa a nessuno. &lt;br /&gt;I pochi visitatori vengono qui apposta per visitare il mai più. Roscigno è un paese senza tacchi. E’ una vecchia che ha fatto i suoi anni e che non vuole viverne altri. Qui si vengono a guardare le gambe spezzate dei solai, le cataste di vecchie mattonelle come un mucchio di scarpe in guerra, la finestra sventrata che si apre su un paesaggio fatto solo di distanze e di ulivi, la manopola di porcellana rimasta attaccata al muro, le ossa di un cane, i cocci di un piatto. Si viene a passeggiare lungo vicoli diventati col tempo torrenti di un’erba che non perde la sua incandescenza nemmeno nell’uggia di novembre. &lt;br /&gt;In questo borgo non vive nessuno, a parte il signor Giuseppe, un vecchio che avevo notato accanto alla fontana al mio arrivo ma che poi era sparito, e che mi aveva colpito per il suo aspetto garibaldino; pipa, cappello, barba, una camicia bianca, pantaloni e gilet in feltro nero.  Lo ritrovo poco dopo, di nuovo accanto alla fontana. Gli chiedo come mai il museo è chiuso, se è lui il custode. Mi risponde che non è il custode, ma un “libero abusivo autorizzato”, e che quindi sì, il museo lo apre lui. Prima però, vuole che visiti la sua casa. Nelle stanze, tutto l’essenziale è rimasto come prima che il cuore del paese si arrestasse: uno sgabello per la mungitura, un camino con la bocca in pietra ed una pentola in rame piena di riso al pomodoro. Sulle mensole di legno: otri, fiaschi, tegami, utensili, cesti pieni di frutta secca. Appesi in alto, grappoli di agli e di peperoncino, un caciocavallo, due salami. Accanto alla cucina, un soggiorno con un giaciglio sistemato a terra, una credenza con vecchi piatti accatastati, lampade ad olio in terracotta, una damigiana per il vino accanto a tre paia di scarpe in cuoio. E poi un lungo tavolo interamente coperto da libri, cartoline, e dalle centinaia di fotografie che i visitatori gli hanno scattato e da più parti spedito. Giuseppe mi mostra con orgoglio un libro con dedica a penna, scritto dall’Onorevole Gasparri che è originario di Roscigno e di cui, quand’era muratore, Giuseppe aveva curato le proprietà in paese. Mi fa vedere il calendario che un fotografo tedesco ha realizzato con le sue foto. Accetta con piacere che lo fotografi anch’io. Non sorride e non è serio. Si mette in posa, ma non guarda mai l’obiettivo. Anche se glie lo chiedo, lui d’istinto alza la testa, la pipa in bocca, e fissa un punto lontano ben oltre l’orizzonte.&lt;br /&gt;Gli  domando se vengono molti turisti. Giuseppe sorride e, roteando la mano in aria dice: “ Turisti, parola grossa!”. Io, invece, sono arrivata a Roscigno proprio per il passaparola di molti che, attratti dal turismo nei paesi fantasma, vi sono stati e tornati. Giuseppe mi racconta che qualche mese fa un giornalista di Repubblica è andato ad intervistarlo ed ha scritto un articolo su di lui. Da qui, uno dietro l’altro, sono arrivati Studio Aperto, Rai Tre, la Rai di Napoli, poi quella di Roma, Canale Cinque e Magaldi. Dice che l’aveva persino chiamato Frizzi per i “Soliti Ignoti”, che gli pagavano tutte le spese, ma che a lui non glie ne fregava niente di andare a Roma solo per ventiquattro ore; che stava bene dove sta e che Frizzi, se voleva, scendeva lui.&lt;br /&gt;Giuseppe sa della sua somiglianza con Garibaldi e un po’ ci marcia, ma si affretta a precisare  che non ne è affatto contento, perché se “ a-ssurd”- non dice al Sud, e non per sbaglio- le cose non funzionano, è colpa di Garibaldi e del Vaticano, e che per questo, in segno di contestazione, è diventato cattolico “protestante”. &lt;br /&gt;L’orario è cambiato e fa buio presto. Gli chiedo l’indirizzo per spedirgli la foto. Giuseppe mi regala un libro sulle bellezze della Campania. Scritto a penna sul frontespizio, il suo nome, l’indirizzo e quello del suo fan club su Facebook.&lt;br /&gt;Sulla via del ritorno, decido di fermarmi a visitare Corleto Monforte. Mi era piaciuta, passando all’andata, la visione di un paese rimasto ancora abbastanza in confidenza col proprio passato. Sono le sei di sera. E’ festa:  la gente è  in chiesa o a casa.  Prima però, mi fermo al bar per un caffè. Un giovane gioca con rabbia ad una macchinetta del Super Mario Game. Un signore sui sessant’anni poggiato al bancone, chiede un bicchierino di VOV. All’interno, dietro una cortina di patatine e cioccolate, c’è una sala con pochi tavoli. Sedute, due coppie di giovani: una chatta su Facebook da un portatile, l’altra gioca a dama. Su una parete, mi colpisce la riproduzione in resina gialla di un bassorilievo greco-romano, circondato da una cornice di lampadine blu elettrico. In fondo alla sala, un tavolo da biliardo completamente vuoto, davanti ad una finestra che non inquadra altro che montagne, lievi come garze, dall’indaco al blu oceano della sera; senza case, senza strade. In piazza, alcuni signori giocano a carte sui tavolini del circolo, spostati sul marciapiede di fronte. Chiedo conferma dell’esistenza di  una parte vecchia da visitare. Si fa avanti uno di loro. Mi spiega che visitare qui vuol dire fare un giro perché non c’è niente da vedere. Devo svoltare a destra e salire. Chiedo dove: a destra, a sinistra? E lui: “Salite a fiducia”. &lt;br /&gt;Lasciata la fontana del Municipio, entro nel ventre del paese, felice come una piccola tartaruga che incontra finalmente il mare. I vicoli sono deserti. Qui c’è posto solo per finestre chiuse illuminate dal raggio radente delle lampade. Qualche geco sui muri, un cortile con un nespolo maestoso al centro, un antico pozzo, piccoli recinti con galline e conigli. Cani randagi dal pigro latrato e cani in catena acquattati accanto agli orti. Poco prima, avevo chiesto alla signora del bar se è contenta di vivere in un luogo di pace come questo. Mi ha risposto che non lo sa, che questi paesi, visto uno, sono tutti uguali. Non è vero. Io, per esempio, ero certa che il posto più taciturno del Sud fosse il paese di mio padre, in Lucania. E invece nemmeno lì ho ascoltato un silenzio duraturo come questo. In un’ora di passeggiata, gli unici rumori che ho sentito sono stati, in sequenza: il giro di una chiave nella toppa di una porta, un bidone posato a terra, il mormorio vellutato della preghiera dalla chiesa col portale aperto. E poi grilli, tanti, come ad agosto. Ovunque, un odore profondo di terra e  di fuoco che arde tra le pietre. &lt;br /&gt;Mi è parso di fare un lungo giro, ma ho presto rincontrato il nespolo e il cane, la fontana del Comune, e due sedie vuote  in mezzo alla strada, con una cassetta di cipolle e una di broccoli sedute sopra. &lt;br /&gt;Mi fermo su uno scalino e penso che il vero talento di un paese come questo è di non averne in fondo alcuno. Non è un posto buono per viverci, ma non abbastanza da lasciarti andare. Va a pezzi e ti addolori. Funziona e ti annoi. Fanno bene allora questi vecchi a non desiderare più niente. A valle, in cima, nei campi, nelle strade, nelle piazze, l’onestà del vuoto è radicale. Non è come dalle mie di parti dove i paesi, troppo vicini alle città, stanno comodi nel loro belletto da cafoni vestiti a festa, fieri del parente altolocato che possono raggiungere in dieci minuti d’autostrada. Non è come a Corleto, che se sei vecchio e ti sei rotto una gamba, a casa resti e a casa muori. Qui le strade sono solo in salita  o in discesa, con le pietre lucidate dallo struscio di secoli, senza parapetti né corrimano. E’ un posto in cui chi è partito da giovane per lavorare non vuole più tornare. Non è più neanche  il luogo della maldicenza e dell’invidia. Da queste parti l’istante non fugge; manca. Per questo, le poche volte che succede qualcosa, se ne parla per giorni. Si può discutere per una settimana intera della gallina di zia Maria uccisa da una volpe, o dal topo entrato in casa del prete. La notizia  si interpreta, si personalizza di casa in casa, si ricicla in tutte le versioni possibili. Un po’come in  tempi di carestia, quando non c’era niente da mangiare e si inventavano mille ricette con le bucce delle patate. Gli anziani che abitano  questi  paesi, in fondo, non hanno storie da raccontare e non ne vogliono sentire. Non parlano più nemmeno dei sindaci che, appena eletti, si preoccupano solo di mettere le fioriere ai balconi e i sampietrini sulle strade. A loro interessa l’ufficio postale, la farmacia, almeno un pronto soccorso, il dottore reperibile h24, la panchina ed un loculo assicurato. Non glie ne frega niente della nuova insegna del fornaio da cui si affaccia Hello Kitty; anzi, meglio che non c’è più quella scritta a pennello con la vernice rossa sulla pietra cruda dell’arco, che a loro ricorda solo un tempo di sacrifici e miseria. A loro piace stare a casa. Si lamentano di non aver mai visto questo o quello, ma se provi a proporgli una gita, ecco un’improvvisa recrudescenza anche delle malattie che non hanno. Vogliono stare da soli, senza nemmeno le badanti, a guardare Frizzi e Conti. Alcuni di questi anziani sono capaci di trascorrere su una panchina anche dodici ore al giorno. Il bar al mattino non ha ancora aperto, e loro sono già lì immobili, a fissare il sole che gira, la stagione che passa. Puoi passargli accanto come vicino ad un mazzetto di ciclamini o di funghi nel bosco. Guardano l’orologio solo se devono prendere una medicina. Se escono in piazza, non si accorgono dei turisti. Non hanno voglia di abiti diversi, di facce nuove. Qui non si prende il numero delle presenze, non si firmano quaderni d’ingresso, quelli che ai funerali servono alla famiglia del defunto per vedere chi è venuto e chi no, per poi restituire la visita. Questi paesi sono morti che non si ricambiano..&lt;br /&gt;Eppure tutto questo è parte di una bellezza piena di grazia. &lt;br /&gt;Presi dalla bulimia della corsa, noi abitanti delle città iberniamo la data di scadenza di ogni cosa. Immaturi per gli addii, buoni solo ai rinvii. Questi paesi, al contrario, hanno la dignità di una resa che non pretende rivincite né rappresaglie. Sono un corpo nudo che vuole solo tornare terra. Forse nemmeno Corleto  vuole più essere abitato. Vuole solo che si faccia con lui come con un amico lontano: fermarsi e parlargli gentilmente, almeno una volta.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6503019281219852985-900897227468632868?l=elianapetrizzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/feeds/900897227468632868/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/2011/11/viaggio-roscigno.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6503019281219852985/posts/default/900897227468632868'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6503019281219852985/posts/default/900897227468632868'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/2011/11/viaggio-roscigno.html' title='Viaggio a Roscigno'/><author><name>eliana petrizzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06802162322834195878</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://4.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S18ADgSA-UI/AAAAAAAAAAM/YOdfxbs_YPY/S220/eliana.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-Hd2m0UpYXgc/Tr_U6K-Yt_I/AAAAAAAAAUU/QujR2MqcJ04/s72-c/roscigno%2B72.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6503019281219852985.post-9141077831774711509</id><published>2011-11-06T06:54:00.000-08:00</published><updated>2011-12-22T07:13:07.098-08:00</updated><title type='text'>Sua Onnipresenza la Volgarità</title><content type='html'>Mentre pedalo in bicicletta, un manifesto affisso sul muro pubblicizza una serata in discoteca. Nella foto, il dj , vestito, urla spaventato contro il muro mentre una donna completamente nuda gli stringe il fallo con presa rapace. Non mi eccito e non mi diverto. E’ una bella giornata e di certo non mi aspettavo l’ennesimo agguato della volgarità, proprio in questa stradina della costiera dove ero certa di trovare solo mare, limoni e pini.&lt;br /&gt;Il morbo è diffuso. Non esistono luogo, oggetto, pensiero, immagine che non ne siano almeno in parte intrisi. Sono andata in edicola per comprare una rivista da leggere sulla spiaggia. Focus  non era arrivato, molte altre  non ci sono perché non le compra nessuno. In compenso, anche quest’anno è germogliata la metastasi di giornaletti di pettegolezzo e nudo, rivistucole pacchiane con i colori saturati e tutti i difetti cancellati  dal Photoshop. Non esiste sguardo, posa o sorriso cui non venga allegato un invito alla copula. Qui non si tratta di bellezza. Dove non ci sono originalità,  personalità e talento, restano le  pietre di un fiume in secca. &lt;br /&gt;C’è tutta l’incandescenza del buio in quello che i nostri occhi sono costretti ogni giorno a subire. La corsa delle apparenze accelera, il suono rimbomba dal fondo in cui è precipitato insieme a cose, case, paesaggi, suppellettili, volti. Il mondo sembra essersi estinto da tempo, ma nessuno se ne è accorto. Se tieni la TV accesa durante le faccende di casa, squittii ed immagini colorate restano in sottofondo come un rosario mormorato, o il gocciolio di un rubinetto rotto. Non ti sei accorto di niente, non ti sei accorto che, giorno dopo giorno, quel rosario ti ha convertito, quello stillicidio ti ha scavato. &lt;br /&gt;Luca non studia. Dice che si fa prima ad  arrivare in TV e che si guadagna anche di più. Tutto in una volta e niente a lungo andare. Si allena a casa, dove suda come una cavia.  Si incolla davanti allo schermo acceso per imparare alla perfezione tutte le mosse di Ricky Martin. Fissa per qualche istante il vuoto. Poi riparte; il corpo pieno come un pollo da batteria, la testa andata. Va all’ennesimo provino.  Davanti agli occhi dei registi, non si capisce bene cosa sia; un’imitazione, una caricatura? Si ferma trafelato in attesa di giudizio. Primo piano secco della telecamera; anche se sta zitto, si vede subito  che non ha studiato, che non sa parlare, subalterno per sempre. Da come tiene chiuse le labbra, dalla curva brusca del mento puoi  indovinare il colore delle tende nella sua stanza, i poster appesi, il velluto a fiori sul divano, la vecchia stupida madre che lo segue ad ogni passo. Dietro i suoi occhi il mondo si liquefa senza calore, senza rumore.&lt;br /&gt;Anche le aspiranti veline vanno ai provini, in plotoni ed in costume da bagno. Si fa troppo presto a definirle bellissime. Tante volte sono ragazze che non guarderesti due volte per strada, piene di tutte le impazienze, le impossibilità e i disastri di una giovinezza fatta di aerei lanciati in volo senza piste per il decollo né per l’atterraggio. Rozze e frettolose, sfilano una ad una come al mercato delle schiave in epoca romana. Da basso, mercanti e predoni si accapigliano per aggiudicarsene l’acquisto. Come fanno a sorridere sempre? Qualcosa nella loro allegria  ricorda le erezioni degli impiccati. Ballano insieme, una sull’altra, per conquistare il primo piano. Si contorcono come un mucchietto di vermi su un cadavere che  lì, proprio sotto di loro, sogghigna della loro infinita stupidità. &lt;br /&gt;Interno discoteca, quella del manifesto. Sorrisi brutali. Luci ed alcool. Corpi buoni solo per l’orgia, polipi sbattuti sulle pietre del mercato. L’orgasmo delle apparenze è una farsa convincente, come molti orgasmi.  &lt;br /&gt;Accendo la TV: ecco il grazioso tintinnio che ti richiama al villaggio se ti sei spinto troppo nel bosco, la voce potente del dittatore che ti convince che tu, popolo, obbedisci perché l’hai deciso tu. Grande Fratello, Isola dei Famosi, Uomini e Donne: mi sono sempre chiesta come sia possibile parlare per ore senza dire assolutamente niente.  Ci vuole quindi un talento particolare anche a non averne alcuno. &lt;br /&gt;Canali di Stato: si parla dei casi Scazzi, Gambirasio, Rea. Necrofilia degli scampati. La verità non interessa a nessuno. Interessano solo  i cadaveri, che però non fanno vedere mai. E così si continua a guardare, sperando magari in una foto rubata al medico legale .&lt;br /&gt;I programmi migliori li danno a tarda ora; devi poterteli permettere, devi resistere se vuoi raggiungere la vetta e da lì, finalmente, assistere al panorama miracoloso ed infermo delle cose vere. Vedi la Guerra; ti accorgi che sono passati millenni ma che, gratta e gratta, sotto la crosta trovi sempre la solita bestia deviata che piscia per segnare il territorio, che vuole sempre di più e tutto per sé. Una giovane afgana in fuga dal suo paese, si tiene il viso con una mano, il figlio tra le braccia che traballa per la strada sconnessa, le pupille come i morti, aperte nel fermo silenzio universale.&lt;br /&gt;In tutti i programmi e spot pubblicitari, il tema portante è un corpo attore di un eros senza pathos;  corpo volgare perché fermo in un tempo non attraversato dall’esperienza. La gran parte delle proposte mediatiche  è segnata da una frivolezza scoraggiante e da una devozione all’inutile senza precedenti. Alcun no è tollerabile se non contro le forze della Natura e l’inesorabilità della Morte. Eppure, questo Paese ancora viene esportato come uno dei  migliori, specie nelle terre dei poveri che, come i topi al seguito del flauto di Gulliver, corrono verso le nostre coste. Dovrebbe esserci qualcuno che, in Africa, in Libia, in India, dica loro che l’Italia è uno Stato  che confina con il loro più di quanto non credano; che qui, per dirla con Seneca, “per molti le ricchezze acquistate non hanno rappresentato la fine, ma solo un mutamento delle loro miserie”, che anche da noi ogni giorno crescono  nuove favelas, che le leggi sono argini che si spostano a seconda di dove il fiume tracima, e recinti che si chiudono a seconda di chi governa le pecore. Che giovani ed  idee nuove non servono a nessuno perché delle cose che non funzionano ci si sazia molto di più di quelle che vanno bene. Che qui lo sporco mantiene il pulito, che il rotto porta il sano,  che sulle rive dei  giorni ne approdano di bastimenti carichi di delusioni, di sconforti, di proteste senza replica. &lt;br /&gt;Lo sconforto non mi abbandona mai: è un amico fedele che mi tiene la mano sulla spalla e mi dice: “ Tranquilla. Può sempre andare peggio.” Di buono in giro c’è davvero poco. Eccesso d’informazione e velocità della tecnologia non ci hanno portati da nessuna parte. Siamo tutti, chi più chi meno, abbastanza distratti, molto kitsch e piuttosto ignoranti. La demenza impera, intelligenza e buon gusto devi andarteli a cercare in nicchie sempre più strette, in trasmissioni che chiudono per auditel troppo bassi, in riviste che scompaiono per atrofia di fondi e di abbonati, in circoli culturali frequentati sempre dalla solita ventina di persone (parenti, amici, scapoli, vedovi). &lt;br /&gt;Troppo chiasso per nulla. Mi vengono in mente le parole di Montale: “La vita è questo scialo di triti fatti, più che crudele, vano. Come una pietra di zavorra affonda il tuo nome con un tonfo” .&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6503019281219852985-9141077831774711509?l=elianapetrizzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/feeds/9141077831774711509/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/2011/11/sua-onnipresenza-la-volgarita.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6503019281219852985/posts/default/9141077831774711509'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6503019281219852985/posts/default/9141077831774711509'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/2011/11/sua-onnipresenza-la-volgarita.html' title='Sua Onnipresenza la Volgarità'/><author><name>eliana petrizzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06802162322834195878</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://4.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S18ADgSA-UI/AAAAAAAAAAM/YOdfxbs_YPY/S220/eliana.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6503019281219852985.post-2142665870063935152</id><published>2011-11-06T06:49:00.000-08:00</published><updated>2011-12-22T07:14:22.328-08:00</updated><title type='text'>Nessundove</title><content type='html'>Mi resta doloroso e discordante questo mio essere, in fondo, da nessuna parte.&lt;br /&gt;Sono una donna immatura che vive nel passato e che nel presente non trova nulla di buono se non il fatto di doverci stare come dopo un lutto. Molte cose sono cambiate. Quand’ ero piccola, le mani del vento alzavano onde di rondini e di cicale, di rose che profumavano, di bande e di Santi che si pregavano ogni sera. Il profumo del sugo era l’incenso per le stanze. Il canto degli uccelli ricamava merletti tra i gelsi. La gioia era semplice come un anello di cotone: bastava un canto, del vino con la verdura, canzoni in cui erano gli uomini a cercare le donne. Al rientro nel mio tempo, incontro la vita e le relazioni di ogni giorno: una mia idea di umanità che devo puntualmente smentire. Stamattina, approfittando di un clima insolito per la stagione, sono andata in piazza a sedermi sotto il tiglio. Ho visto il manifesto di un uomo morto a 40 anni. La campagna, oltre il muro, è rimasta  come quando era viva mia nonna, solo più piccola, più spenta; un frutto marcito senza maturare. Non è la campagna, non sono i morti giornalieri: sono io che vedo ogni cosa com’era e come avrebbe potuto essere, incapace di considerare l’unica cosa essenziale: com’è oggi. E’morto Michele, un contadino che ogni giorno portava al pascolo le sue tre capre in un campo sopravvissuto ad un cantiere. Mi fermavo spesso a parlare con lui. Mi raccontava delle solite cose di cui parlano quelli della sua età: della guerra, di come si faceva il vino e di come era difficile venderlo perché la gente di oggi se lo va a comprare per pochi soldi al “supermercato straniero”, come lo chiamava lui. Poi mi diceva della stagione cambiata, dei suoi morti, dei figli lontani. Ora che Michele non c’è più, da qualche giorno passa avanti e indietro un tunisino che porta una pila altissima di coperte e lenzuola sopra un vecchio passeggino. Urla qualcosa nel nostro dialetto, però storpiato, e così nessun  lo capisce lo stesso. Mi ricordo di quando, anni fa, sono andata nel suo Paese. Ero partita come al solito da sola, più o meno all’improvviso e con lo stretto necessario. Ero arrivata in Africa libera di me come di una pelle morta. In quegli anni, non solo in Tunisia ma in molti altri Paesi visitati in seguito, la diversità era intera ed interessante. Ogni luogo aveva il suo passo e la sua misura; ogni persona, ogni più piccola cosa il proprio ruolo, la propria storia non cedibile, non barattabile. C’era nei miei incontri con la gente una fiducia operosa  e sincera. Una volta sul posto, mi accovacciavo per ore su uno scalino, lungo il ciglio di una strada come sulla soglia di una capanna, e più polvere c’era più io mi sentivo nel posto giusto, immersa nella bellezza amata e tradita con cui la vita vuole che la si viva. Poi qualcosa è cambiato. In Mali, appena arrivata, tutto il villaggio si era coagulato intorno a me in un clamore curioso e gentile. Andando in Africa, mi era stato consigliato di portare con me piccoli rossetti per le bambine, occhiali, giocattoli, penne, caramelle. Mai soldi. E così feci. Un giorno, in una capanna, ho incontrato un bambino sui cinque anni che non era venuto ad accogliermi come tutti gli altri. Mi tirava il pantalone fissandomi con occhi immensi e vuoti. Mi chiedeva qualcosa con insistenza, ma io non capivo cosa. Così gli ho dato un po’ di tutto ciò che avevo: una penna, un paio di occhiali, una caramella. Lui li ha guardati con disprezzo, maneggiandoli come una banconota falsa, e con un gesto consumato da adulto ha fatto con le dita il segno sbrigativo del denaro. Sono rimasta desolata. Io più povera di lui. Il mio viaggio, a quel punto, era finito. &lt;br /&gt;Ho la sensazione che in tutto ciò che ci lega a ciò che siamo stati un tempo, si celebri la morte di ognuno di noi; morte bianca senza resurrezione. Soffro per questa perdita di radici in ogni cosa che mi circonda, che non è solo il nigeriano che scimmiotta le griffes su una spiaggia, non è il figlio di extracomunitari che non conosce la Terra dei suoi genitori e che pure continua ad essere sottolineato e cancellato nella sua nuova Patria. Non  è l’italiano che non sa più che fare delle proprie mani.  La perdita di radici è altro ancora: è l’imperfetto al posto del congiuntivo, è il vicino di casa che non saluta, è il sapore di certi biscotti dell’ infanzia che oggi li rifanno uguali ma, per risparmiare, senza quell’ ingrediente che li aveva conservati caldi per trent’anni nella mia memoria; è la maglia in poliestere pagata come il pane al mercato nero durante la guerra, è una cara amica costretta ad emigrare per far fruttare ciò che qui ha imparato, o magari per imparare di più. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se ripenso agli ultimi anni della mia vita, mi accorgo di quanto velocemente siano trascorsi e, tuttavia, di quanto poco sia mutato in una storia globale che rende tutti senza gambe con la voglia di correre, furiosi solo nella debolezza.&lt;br /&gt;Non viaggio da dieci anni perché ho viaggiato abbastanza quando una donna da sola poteva farlo al sicuro, e quando visitare un Paese voleva dire veramente andare in un Paese diverso. Non so che ne sia oggi del Mali. Di certo, so che la mia terra è cambiata in peggio. Pesano più che mai la crisi economica, l’egoismo della politica, un triste torpore delle coscienze, gli scempi perpetrati ai danni del paesaggio e dell’urbanistica da ricostruzioni scellerate ed abusi condonati.&lt;br /&gt;I miei amici continuano a dire che me ne devo andare da qui, che sono ancora in tempo. Ma io, a trentanove anni, proprio non ce la faccio a trasferirmi a Londra o a Berlino, ad imparare un’altra lingua, a costruire nuove radici, a dover lavorare in un bar la sera per mantenere una camera in città; io che alle nove di sera vado già a dormire e che ho tutte le manie di una vecchia zitella. E così, per amore e per pigrizia, ho deciso di restare qui, di vivere dell’indispensabile e di quelle poche faticose soddisfazioni che quando arrivano, perché  rare, sembrano molto più grandi di quello che sono. &lt;br /&gt;Fino a cinque, sei anni fa, ci si lamentava meno. Soprattutto, si credeva di potersi ancora permettere deroghe; andavano bene i lavori saltuari, i contratti a termine, i compensi ridicoli. Vivevamo a casa coi genitori, ultima generazione in grado di aiutare i propri figli a tempo indeterminato. Poi gli anni sono passati e la discesa si è fatta sempre più ripida. Siamo diventati grandi. I nostri genitori, alla nostra età avevano già due o tre figli, e il grosso era fatto. Oggi, superati ampiamente i trenta, noi figli possiamo forse iniziare a pensare di andarcene perché, ad una certa età, con i genitori si vive stretti. Ma se coi soldi che guadagni riesci si e no a pagarti l’affitto della tua nuova casa, che ci sei andato a fare a vivere da solo? Tra i due mali scegli il minore; torni a vivere coi tuoi, con l’amarezza, la sconfitta e la rinnovata fatica di dover accettare limitazioni, compromessi, insofferenze, incomprensioni che erano normali a diciotto anni ma che adesso, oltre che contro natura, sono persino crudeli. Il futuro si ammala ogni giorno nel massacro dei rinvii. Cresce il disincanto. Ti accorgi che, in ogni frase, l’avverbio più usato è “ormai”. Ti sono cresciuti dei capelli bianchi che non avevi fino all’anno scorso e che, come una  sclerosi a placche, brillano all’improvviso in piccole ciocche. Ad Antonietta è venuta fuori da un giorno all’altro una psoriasi sul gomito sinistro, a Luca è iniziata l’alopecia. Non è l’età. E’ questo vivere gli anni migliori come onde che vogliono alzarsi per spumare ma che vengono abbattute dall’ onda più grande del disincanto e dell’ apatia. Forse le nostre baracche avevano un solo piano perché non abbiamo potuto permetterci di meglio. Forse, se le nostre strade fossero state costruite a dovere, avrebbero avuto un asfalto drenante invece di questo terriccio polveroso trasformato nella melma che ci ha travolti.&lt;br /&gt;La TV fa quello che fanno tutti regimi totalitari: tenere buone le greggi. Va tutto bene, e a noi va meno peggio che agli altri. La crisi è come la psoriasi di Antonietta; un incidente psicosomatico. Basta volere la risalita e risalita sarà. Ma la vita, da queste parti, nei voli a bassa quota delle cose di ogni giorno, proprio non ce la fa a decollare. Il debito è diventato una forma laica di speranza: accendi un prestito anche per lo stereo in macchina, così sei costretto a pensare che, per ripagarlo, l’anno prossimo dovrà andare bene  per forza.&lt;br /&gt;Tiri su ogni cosa fino a lesinare perché così, a fine anno, quei pochi euro risparmiati, un piccolo problema sempre lo risolvono. Molti si lamentano perché hanno un mazzo alto così di assegni-gravidanza; quelli che se va bene scadono tra nove mesi. Vengo chiamata da un ristoratore per una consulenza estetica sulla ristrutturazione del ristorante. &lt;br /&gt;Ci vado varie volte, chiamo, seguo le maestranze, compongo i sistemi tintometrici, scelgo le tappezzerie e curo ogni dettaglio del nuovo locale. Giunto il momento di chiedere il mio compenso, ho come la sensazione che don Antonio, uomo semplice di altri tempi, non abbia minimamente in mente che io possa chiedergli dei soldi perché io sono un’artista, e mica l’artista è un mestiere! Così, mentre cerco di assumere un tono più formale, quello che di solito si conviene nel richiedere il dovuto, lo vedo andare di corsa verso la cucina. Felice come se fosse finalmente giunto il momento di svelare la sorpresa, ne esce con una grossa pagnotta di pane appena sfornato e una damigiana da cinque litri di vino paesano: “Grazie, grazie mille, Dottoressa!”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-DsaR26YkQWs/TraeRVjVaJI/AAAAAAAAATs/wNmOLRAkQS4/s1600/10-1-09.jpg" imageanchor="1" style="margin-left:1em; margin-right:1em"&gt;&lt;img border="0" height="269" width="400" src="http://3.bp.blogspot.com/-DsaR26YkQWs/TraeRVjVaJI/AAAAAAAAATs/wNmOLRAkQS4/s400/10-1-09.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6503019281219852985-2142665870063935152?l=elianapetrizzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/feeds/2142665870063935152/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/2011/11/nessundove.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6503019281219852985/posts/default/2142665870063935152'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6503019281219852985/posts/default/2142665870063935152'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/2011/11/nessundove.html' title='Nessundove'/><author><name>eliana petrizzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06802162322834195878</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://4.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S18ADgSA-UI/AAAAAAAAAAM/YOdfxbs_YPY/S220/eliana.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-DsaR26YkQWs/TraeRVjVaJI/AAAAAAAAATs/wNmOLRAkQS4/s72-c/10-1-09.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6503019281219852985.post-558868227329891234</id><published>2011-11-06T06:46:00.000-08:00</published><updated>2011-12-22T07:09:43.112-08:00</updated><title type='text'>Non madre</title><content type='html'>E’ da un anno che la mia migliore amica mi rassicura che andrà tutto bene, che è la cosa più naturale del mondo; che tanto, anche se con lui dovesse finire, i figli sono sempre della madre, che sarà un’esperienza meravigliosa, che se non lo farò diventerò una donna stagnante e depressa e che me ne pentirò per tutta la vita. Ho pensato a molte mie amiche che hanno speso decine di migliaia di euro per provare ad avere figli senza esito mentre io, che ho i fianchi larghi e godo di buona salute, continuo a dire di no. Io figli non ne voglio per pigrizia. Per lo stesso motivo non voglio animali in casa né piante sui balconi.&lt;br /&gt;Le  madri soffocano nelle zone a traffico illimitato delle cose da fare ogni giorno. In questo rumore, molte credono di essere felici, alcune lo sono davvero. Le donne sole, al contrario, lo sentono sempre il suono del Mondo che, al di fuori di ogni stretta appartenenza, è come quello di un flauto che si sente da un villaggio lontano nel deserto. Stare da soli con se stessi obbliga a discese speleologiche estremamente dure. Le cose che si scoprono di sé, raramente sono confortanti. Ci si trova ogni giorno faccia a faccia col proprio percorso, con una serie di piccole deformità, con una consapevolezza delle cose talmente lucida da lasciare spesso attoniti e stanchi. Si pensa che stare da soli voglia dire distrarsi molto. Non è vero. In compagnia ci si distrae. Da soli si è nudi, senza scampo e senza ripari.&lt;br /&gt;Alle donne che non hanno voluto avere figli nessuno perdonerà mai la diserzione al dovere della specie. Per quanto di buono faranno nella vita, per se stesse e per gli altri, verrà sempre detto loro che l’avranno fatto per lenire la propria immaturità, per vedersi condonato qualche vecchio trauma, o per curare una strisciante depressione.&lt;br /&gt;Per le mie amiche madri io, l’unica a non avere ancora avuto figli, sono un’eccentrica senza dimora affettiva, una che rimanda, che perde tempo. Mi lasciano intendere che tutto quello che  si è vissuto fino a prima del concepimento non aveva in fondo alcun valore, che è la maternità l’unica e sola esperienza nella vita.  Come le mistiche, si scoprono abitate da qualcosa di potente che non ammette dinieghi, convinte come sono che generare un nuovo essere sia l’unico modo per prendersi cura del mondo. A me pare invece che se tutti, chi più chi meno, disprezzano il prossimo e dichiarano che in giro c’è troppa gente inutile, nessuno pensa mai che quel qualcuno in più potrebbe essere - oltre che se stesso -  proprio suo figlio. E poi, non è sempre vero che le madri siano donne più riuscite delle altre. Spesso sono creature svuotate. Salgono lungo la china della vita piene di carichi, così da non avere più la forza di alzare lo sguardo, di rendersi conto del paesaggio intorno e di tutte le cose che cambiamo lungo il percorso. Il figlio non è diventato per loro una finestra aperta, ma uno specchio ustorio. Molte diventano sciatte, noiose, altre viziate o infedeli,  come se le fatiche della maternità concedessero poi loro ogni licenza.&lt;br /&gt;A me fanno orrore, specie in estate, queste donne che sbocciano tutte insieme come per un misterioso contagio, con pance dure che urtano dappertutto. Dai loro volti irradiano una serenità ed una lungimiranza che a volte rassomigliano piuttosto ad una forma di demenza. Mi pare di sentirlo, in una specie di mostruoso coro di fondo, il rimestio dei loro liquidi amniotici, il tripudio irrequieto di carne che produce dentro di sé altra carne, e nonostante tengano per mano già altri due o tre bambini piccoli, spesso maleducati ed obesi, molti di certo né belli né simpatici. Detto con chiarezza, i bambini non mi piacciono. Preferisco i cuccioli di qualsiasi altro animale. Quelli umani mi inteneriscono solo se hanno pochi mesi e se, in seguito, sono magri, timidi, e stanno zitti.  Diversamente, non li sopporto. Tra l’altro, un cucciolo di qualsiasi altro essere vivente impiega pochi mesi per diventare autonomo, laddove a quelli umani occorre un tempo che supera spesso i quarant’anni. Per non considerare poi il fatto che solo un’esigua minoranza di esseri umani è in grado di adoperare la propria intelligenza in maniera interessante e costruttiva. La maggior parte, la impiega per raggiungere gli stessi scopi degli animali, con l’unica differenza che gli esseri umani lo fanno attraverso linguaggi, suppellettili e tecnologie più o meno avanzate.&lt;br /&gt;Tutte le donne fanno figli: ricche e meno abbienti, manager e disoccupate, anoressiche, drogate, invalide, obese, adolescenti e mature, analfabete, intellettuali. Alla Natura non interessa che la parte bassa del corpo. Per questo si dice che per mettere al mondo un figlio “non ci devi pensare”. Ed ecco anche spiegato perché nascono figli più felici nei paesi poveri. La Natura li premia, perché il Mondo è esattamente come loro: casuale, sciatto, pieno di bellezza, di semplicità, di calore, e di violenza.&lt;br /&gt;Quale missione giustifica a pieno un’esistenza? Oltre all’amore per un figlio, esisteranno senz’altro nella vita  altre forme d’amore degne di percorso e di racconto. Sono forme d’amore che non puntato intorno a chi più o meglio potrà rassomigliarci, ma verso altri spazi, altre frequenze, altre forme di fatica e di dono.&lt;br /&gt;Curioso resta il fatto che la maggior parte degli uomini e delle donne che hanno cambiato in meglio la storia del Mondo non avessero figli. Hanno saputo faticare ed educare  anche senza parto. Hanno saputo esprimere la loro genitorialità in un modo di gran lunga più nobile e generoso di quello che porta tutte le madri a liquefarsi quando riconoscono nel taglio degli occhi del loro bambino quello dei propri, o si accorgono che il figlio ha quel loro stesso vezzo, quel preciso modo di muoversi, la stessa identica reazione che avevano loro da piccole davanti ad un sapore, ad un rumore. Coazione a ripetersi: ecco in cosa consiste l’impulso a procreare. Nei suoi effetti, vi si scorge uno dei tratti più ricorrenti della stupidità umana: conquistare posizioni.&lt;br /&gt;A ben vedere, non vi è granché di nobile nemmeno nel concetto di famiglia. Molte sono società costituite per crescere figli allo scopo di non dover vivere da soli. I figli si fanno spesso per prendere un poco d’aria nuova, perché amare una sola persona a volte è impossibile e non meno faticoso del crescere un figlio. L’amore per un uomo ammette tautologie, eufemismi, cancellature. Quello per un figlio no. E’ un monosillabo, l’unico argomento definitivo. Nella sua cecità, la creazione di sangue crea legami senza scampo. L’abbiamo voluto noi. Per questo, quando arriva, assume ogni diritto.&lt;br /&gt;L’altro giorno, ho visto rientrare in macchina la mia vicina di casa, che ha partorito da un mese. Tornava dalla sua bambina. Aveva sul viso una luce che non le avevo mai visto in tutti gli anni in cui, più o meno serenamente, ha vissuto qui con suo marito. Quella luce diceva: “Ho qualcuno di cui occuparmi ogni giorno per il resto della mia vita!”&lt;br /&gt;Io invece ho pensato che probabilmente morirò da sola, che non avrò nessuno cui lasciare la mia casa, i miei soldi, i miei quadri e tutto quanto avrò costruito di importante nel corso della vita; che dovrò sempre essere in grado di  lavorare e guadagnare per poter pagare la retta in un ricovero per anziani, che il manifesto del mio necrologio verrà presto coperto, oppure scolorirà, diventando tutto blu, come quello delle campagne elettorali.&lt;br /&gt;Eppure, questo pensiero non mi ha dato una particolare angoscia. Mi è parso anzi in perfetta sintonia con la mia visione della vita: quella di un viaggio senza compagnia. Mi sembra più fertile e sincero ciò che contraddice e che traballa, che deve essere rimpastato, cancellato, rifatto. Diffido di ogni dedizione continuativa, di quelle ricevute come di quelle da restituire.&lt;br /&gt;Se non dovessi cambiare idea, lascerò che il mio no si trasformi con gli anni in fuoco, in amore, in euforia, in una leggerezza dura ed esemplare, in un eros senza carne, senza sforzo, senza violenza; in un eros di dolci, di acqua che scivola su sassi rotondi, di erba calda.&lt;br /&gt;L’altro giorno, passando per un paese dell’alta Irpinia, ho visto un’insegna che indicava il “Museo della gente senza storia”. Quanto è importante, ho pensato, raccontare la storia di tutti coloro di cui la storia maiuscola in genere non si occupa, uomini e donne che nascono, vivono, muoiono come piante e muri: senza testimoni. La mia sensazione è che la vita sia fatta, più che di grandi vicende, di polveri sottili che si raccolgono per caso, come semi nel vento, di racconti minimi, addirittura di poche righe. Come in quei grandi cesti posti all’ingresso dei mercatini dell’usato, in cui devi lasciare alle mani il tempo di scavare, di confondersi tra cose belle e cose inutili, tra oggetti buoni e pessimi; tutti insieme, senza giudizio, ciascuno con la sua opportunità di essere scelto ed amato ancora. Incontro un uomo di trentacinque anni. Non è bello, ha studiato poco, cerca un nuovo lavoro, una donna; le solite cose. Dice che sta scrivendo il suo diario. Ogni giorno, ogni cosa. Gli chiedo perché. E lui: “Non lo so. E’ un po’ come lasciare accesa la luce sul comodino di notte”.&lt;br /&gt;Mi chiedo come fare a non vivere una vita inutile. Innumerevoli esseri sul Pianeta nascono e muoiono. Di molti, l’unica cosa che resta è che sono nati e morti: troppo poco per essere stati in vita. Nemmeno le date durano in eterno su una lapide. Nella foto scattata quest’estate a Modica, ero proprio io poggiata ad un muro. Quel giorno esatto, in quel punto preciso, ci sono stata e non ci sarò mai più, irripetibile come la lumaca che riposava in una fessura, come l’uccello venuto mosso perché proprio in quel momento si era alzato in volo. Ad ogni istante, ad ogni passo mi dico: “Guarda, ricorda, conserva. Dove è andato a finire ciò che non hai potuto dire? Le cose non raccontate ti verranno prima o poi a cercare? Come verrai sepolto da tutto ciò che ti sopravvivrà? A chi resta e a che serve la tua esistenza se questa vale non più di un granello di polvere su una, e su una sola delle innumerevoli strade del mondo?” &lt;br /&gt;Se sei fortunato, finirai nelle cronache di un’epoca per qualche decennio, o citato in un’enciclopedia; di un’intera esistenza solo poche parole. &lt;br /&gt;Giungere al culmine del proprio tempo senza rimpianti, aver lasciato qualcosa al Mondo, più che ai propri congiunti, e con la salute che solo un intelletto curioso riesce a procurare; non c’è modo migliore di salutare la vita e di sopravviverle. &lt;br /&gt;Non mi voglio sposare e non voglio avere figli. Quando chiedo ai miei amici perché trovino così naturale procreare, la loro risposta è sempre la stessa: “per continuare dopo la mia morte”. Ma ne sono proprio sicuri?  Se hai educato con amore i tuoi figli, di certo avrai con loro un rapporto profondo. Ti accudiranno se starai male, e dopo la tua morte custodiranno di te ogni cosa. Per lo stesso motivo, avrai dei nipoti affezionati che soffriranno sinceramente per la tua perdita. Ma già i loro figli avranno di te un ricordo vago, e conserveranno di te forse qualche proprietà ed un cognome. Il sangue non dura. Come ai funerali, a piangere il morto sono forse le prime due file. Alla terza, la vita ha già preso atre strade. Ecco allora che, pensando ad una forma possibile di immortalità, provo invidia per gli artisti.&lt;br /&gt;Ieri sera ho letto Seneca. Morto da secoli, di lui non restano neppure le ossa. Nessuno di noi lo ha mai visto in faccia. Eppure, quando leggo un suo libro, il suo pensiero, come il sangue di S. Gennaro, rivive al calore delle mani. Il suo intelletto si rigenera intero, come se quei pensieri fossero stati appena pensati. Mi raggiungono, dialogano con la mia vita, la supportano, aiutano ad estenderla. Mi porgono soluzioni in forma di risposte e, ancor più, di domande. &lt;br /&gt;Mentre leggo Seneca, ascolto della musica. Quante canzoni e melodie sono state scritte e composte dall’inizio dei tempi? Ve ne è forse una identica all’altra? E ve ne è forse anche una sola che non sia stata ascoltata da un uomo almeno, e che di quell’uomo non abbia segnato una memoria, un incontro o anche un semplice gesto? Quante hanno commosso lacrime, movimentato folle e coscienze, quante hanno soffiato sulla cenere di cose disperse e di giovinezze che si credevano estinte?&lt;br /&gt;Io figli non ne voglio, ma tutta la vita vorrò vivere per cercare di creare qualcosa che possa avere una voce più forte di questo piccolo corpo che passa, una voce che parli a molti in là negli anni ed in cui, dimenticata chi io sarò stata nome e cognome, ciascuno possa incontrare chi avrà creduto di diventare o sperato di essere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-C-xXrWx5HlE/TradpIUETsI/AAAAAAAAATg/nXld9XE_hPo/s1600/31-03-09%2B%252820%2529.jpg" imageanchor="1" style="margin-left:1em; margin-right:1em"&gt;&lt;img border="0" height="261" width="400" src="http://1.bp.blogspot.com/-C-xXrWx5HlE/TradpIUETsI/AAAAAAAAATg/nXld9XE_hPo/s400/31-03-09%2B%252820%2529.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6503019281219852985-558868227329891234?l=elianapetrizzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/feeds/558868227329891234/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/2011/11/non-madre.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6503019281219852985/posts/default/558868227329891234'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6503019281219852985/posts/default/558868227329891234'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/2011/11/non-madre.html' title='Non madre'/><author><name>eliana petrizzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06802162322834195878</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://4.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S18ADgSA-UI/AAAAAAAAAAM/YOdfxbs_YPY/S220/eliana.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-C-xXrWx5HlE/TradpIUETsI/AAAAAAAAATg/nXld9XE_hPo/s72-c/31-03-09%2B%252820%2529.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6503019281219852985.post-858413586242938863</id><published>2011-11-06T06:41:00.000-08:00</published><updated>2011-12-22T07:15:38.015-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='due novembre'/><title type='text'>La residenza degli assenti</title><content type='html'>Dopo la pioggia di stanotte, la luna riposa in cima alla collina, delicata come un’unghia. L’aria  è piena dei lieviti dell’autunno. Sotto i noccioli, ecco l’erba incandescente, il bruno del liquore, il feltro della giacca di mio nonno, la ruggine di vecchi treni fermi. L’incenso delle foglie arse sale in trombe morbide e lucenti, attraversate qua e là da raggi dal sole. Il latrato di un cane contiene una lontananza ignara all’estate, un’eco che non torna e che si scioglie nel fumo lontano, dietro le case. E’ questo per me il momento della preghiera e del raccolto. Vado al cimitero per una passeggiata. All’ingresso, sulla bacheca comunale, vedo numerosi manifesti funebri. Leggendoli, mi accorgo che, a dispetto dei calcoli del Governo, la gente muore sempre più giovane. In una locandina teatrale affissa tra questi, Vinicio Capossela si copre le orecchie con sguardo impaurito. Accanto al cancello, il fioraio ha già preso posto da giorni col suo camioncino. Più avanti, una contadina siede dietro un bidone azzurro pieno dei crisantemi coltivati nel suo orto. Il traffico dei congiunti è ancora scarso. Ci si affretta a sistemare le lampadine su ogni tomba. Puoi scegliere tra quelle semplici, che costano meno, o le composizioni a forma di cuore, che somigliano alle luminarie della festa patronale. Un post-it affisso su ciascuna lapide mostra le ricevute di pagamento o i solleciti per chi non ha ancora provveduto. Su una tomba in cui riposano le ossa di più familiari, più ricevute in fila, e senza sconto di gruppo. Arriva qualche parente, ma con calma. Finito di mangiare, preso il caffè. Più che tristezza, vince un sommesso lavorio di secchi che si riempiono e si svuotano, di spugne e di detersivi, di operai che riparano le cassette elettriche. Per il resto: brezza, uccelli e grilli. In un lembo di terreno sgombro, il custode ha piazzato una statua di Cristo con le braccia aperte, tutto bianco ma, per un errore di calco, con la faccia della Madonna. Ai suoi piedi, con gli avanzi di una lapide, è stata costruita una cassetta per le offerte. Un uomo in cima ad una scala pulisce con energia la lapide dei suoi defunti. Già che si trova, pulisce pure quella di sotto. Nella sala accanto, un signore davanti alla tomba di sua moglie, parla con un altro dell’ictus di Cassano.&lt;br /&gt;Passeggio tra i viali del cimitero. Mi siedo su un gradino, all’ombra azzurra dei cipressi, in una pace ordinata, in un silenzio di fiume che scorre. Nella parte nuova, vedo i loculi vuoti appena costruiti, come scaffali di una libreria. La tomba più bella è quella della famiglia Petrone, una tomba di almeno un secolo, con la pietra scurita da polvere e muschi. Una statua in bronzo a grandezza naturale raffigura una giovane seduta sulla lapide con le mani in preghiera ed il volto sognante; più che un’anima in pena, sembra un’innamorata che guarda oltre i cipressi in cerca della luna.&lt;br /&gt;Sono venuta in questo cimitero perché qui non ho morti da piangere e soprattutto perché oggi non è il due novembre. A me i cimiteri non piacciono. Corridoi bianchi come quelli degli ospedali, degli obitori e degli aeroporti; anche i cimiteri luogo di atterraggio e decollo verso destinazione ignota.&lt;br /&gt;Trovo sprecate distese così ampie che potrebbero essere destinate ad un campo da giochi, a volte addirittura ad un piccolo paese. In fondo, poi, questo è un cimitero; un paese al negativo, la residenza degli assenti. Ogni lapide è un documento d’inesistenza con foto tessera, data di nascita e di morte, a certificare  la condizione di mancante all’appello. Anche qui, come tra i vivi, non esistono eguaglianza né democrazia. Anche al cimitero, vince la megalomania delle misere cose insieme ad uno dei tratti più ricorrenti della stupidità umana: conquistare posizioni. Accanto al semplice morto nella terra, ecco quello sepolto nella terra sì, ma con gli arredi più costosi, che sono poi anche i più orrendi. Salendo di ceto, vedi le cappelle di famiglia in vetro, alluminio e cemento. Qui, di certo nessuno potrà vederli i morti, nemmeno i figli o una moglie cui, dopo i venticinque anni di rito, verrà tolta l’estrema possibilità di verificare cosa sarà rimasto del corpo amato e salutato con lumini e poveri fiori, mai come in questa ricorrenza destinati a prematura scomparsa. Dietro le lapidi, tonnellate di carne che va a male, sottratta al breve destino della dissoluzione. Corpi privati del contatto tra pelle e legno, tra carne e terra, bardati da abiti da cerimonia e rivestimenti interni di bare simili alle mantovane nei salotti dei parvenu. Osservo con più attenzione le tombe. Ogni anno vengo al cimitero per compiere il censimento dei non pervenuti; persone che non vedevo da tempo e che credevo vive: di Adriano, trentadue anni, pensavo si fosse trasferito per lavoro; di questa signora poco più che quarantenne, ero certa fosse tornata in Calabria dopo la separazione dal marito. Di Giovanni Russo avevo sempre e solo sentito parlare. Ora ne vedo anche la faccia. Tutti livellati dall’impietosa democrazia dell’estinzione. Guardo le foto di ciascuno: sono immagini piatte, alcune scolorite o tutte blu come i manifesti elettorali dopo mesi. Ritagliati dal Photoshop contro finti cieli azzurri, anche quando ti fissano, puntano in realtà un universo parallelo senza nomi e senza luce a cui chiedi inutilmente un contatto. La signora Gemma si era appena fatta i capelli; forse la foto è stata presa da uno scatto di gruppo al matrimonio del figlio. Umberto doveva stare già molto male. Un giorno in cui pareva stare meglio, gli hanno fatto la prece in vista della lapide. Una bambina di nove anni indossa l’abito della prima comunione. Antonio ha il petto in fuori e la giacca di una domenica riuscita. Di certo, nessuna di queste persone, nel momento in cui la foto è stata scattata, aveva la minima idea di dover morire. Non ce l’aveva nemmeno Lidia, una ragazza morta a vent’anni in un incidente stradale. Aveva caricato su You Tube un video che la ritraeva in camera d’albergo, felice di essere appena arrivata a Roma, in gita con la famiglia. Seduta sul letto a piedi nudi e con un pigiama verde, salutava gli amici, raccontava quello che avrebbe fatto nel pomeriggio, sorrideva e guardava sempre in alto o di lato, come le spose nelle foto. Appariva chiara la sua certezza di essere viva e di continuare ad esserlo nelle prossime ore. Ed invece, dopo poco, eccola carambolare come un pupazzo sull’asfalto, senza coscienza, e forse nemmeno senza dolore. Ho ripensato alla camera d’albergo. Le cose sono ignare, nessuno le informa di ciò che ci accade. Gli abiti aspettano; non sanno che resteranno vuoti, così come le scarpe, le penne, la spazzola, la borsa della palestra. Nel bagno, c’è ancora l’odore del dentifricio e il vapore caldo della doccia sullo specchio. Nella stanza, la finestra aperta, invece di togliere l’odore della notte, ha rafforzato il tiepido delle lenzuola, il profumo degli abiti rimasti nella valigia aperta, del legno dell’armadio nuovo. Ma di Lidia, non c’è più traccia: ciclo chiuso, pensiero impensabile.&lt;br /&gt;La verità è che morti si nasce, che la vita si preoccupa di noi non più di quanto noi ci preoccupiamo dell’acqua che evapora da un bicchiere dimenticato nel lavandino. &lt;br /&gt;Ma basta fare un passo oltre, osservarci dall’esterno di ogni pena per capire che niente di più lontano dal buio descrive la scomparsa di ciò che siamo stati e di chi abbiamo perduto. Soprattutto camminando in questo cimitero, mi viene da pensare che vanno bene, in fondo, il disordine, il posto vuoto, l’imprevisto, perché più vicini al nudo della vita. Si va apposta nei paesi che scompaiono per visitare le case abbandonate perché, senza intonaco e con le pietre scoperte, rivelano la materia cruda esposta ai suoi guasti. Si cercano i portoni ciechi e le finestre chiuse perché hanno il silenzio calmo e severo delle cose che non tornano. Per restare tra i vivi, bisogna perdonare le discese, le smussature, i graffi e le mancanze, perché quello è il segno che la vita da lì è passata, e quel segno ci dice che la bellezza non si ammala nell’abitudine, ma nel non essere attraversata dall’esperienza, con tutto il peso povero e luminoso che ogni giorno siamo.&lt;br /&gt;Dopo ogni lutto, le giornate sono piene di un vento che trasforma i cieli, lo sguardo degli animali, le chiome degli alberi, le mani degli uomini.&lt;br /&gt;Più che conservare, lasciar emigrare. &lt;br /&gt;I vivi e i morti, in fondo, sono uguali; non cercano che la pace, come ogni cosa l’espansione, come il calore l’altezza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-7wTuTFog-9s/Traco5mtoxI/AAAAAAAAATU/VPJzAlOppMw/s1600/11408%2B%25282%2529.jpg" imageanchor="1" style="margin-left:1em; margin-right:1em"&gt;&lt;img border="0" height="400" width="284" src="http://1.bp.blogspot.com/-7wTuTFog-9s/Traco5mtoxI/AAAAAAAAATU/VPJzAlOppMw/s400/11408%2B%25282%2529.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6503019281219852985-858413586242938863?l=elianapetrizzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/feeds/858413586242938863/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/2011/11/la-residenza-degli-assenti.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6503019281219852985/posts/default/858413586242938863'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6503019281219852985/posts/default/858413586242938863'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/2011/11/la-residenza-degli-assenti.html' title='La residenza degli assenti'/><author><name>eliana petrizzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06802162322834195878</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://4.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S18ADgSA-UI/AAAAAAAAAAM/YOdfxbs_YPY/S220/eliana.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-7wTuTFog-9s/Traco5mtoxI/AAAAAAAAATU/VPJzAlOppMw/s72-c/11408%2B%25282%2529.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6503019281219852985.post-5070611194288872570</id><published>2011-09-26T06:31:00.000-07:00</published><updated>2011-09-26T06:31:44.957-07:00</updated><title type='text'>HOMEMAD</title><content type='html'>Salve, amici. Questo è il mio marchio per la linea casa. &lt;br /&gt;Realizzo pezzi design creati a mano in tirature limitate o in pezzi unici:&lt;br /&gt;bomboniere, specchiere, orologi, oggettistica da tavolo e da parete.&lt;br /&gt;Di seguito, alcune immagini.&lt;br /&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-7SswV2ZMtIk/ToB-ZRHa1wI/AAAAAAAAARI/EO_2ibUPUtg/s1600/scatola.jpg" imageanchor="1" style="margin-left:1em; margin-right:1em"&gt;&lt;img border="0" height="338" width="400" src="http://2.bp.blogspot.com/-7SswV2ZMtIk/ToB-ZRHa1wI/AAAAAAAAARI/EO_2ibUPUtg/s400/scatola.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-GxiYTHKaYtI/ToB-gXayUzI/AAAAAAAAARQ/GgRTtFKe4ew/s1600/lovers.jpg" imageanchor="1" style="margin-left:1em; margin-right:1em"&gt;&lt;img border="0" height="400" width="361" src="http://2.bp.blogspot.com/-GxiYTHKaYtI/ToB-gXayUzI/AAAAAAAAARQ/GgRTtFKe4ew/s400/lovers.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-ipeO48RcQDk/ToB-quzmLMI/AAAAAAAAARY/e4E7P1v_dkk/s1600/HOMEMAD-2.jpg" imageanchor="1" style="margin-left:1em; margin-right:1em"&gt;&lt;img border="0" height="400" width="400" src="http://3.bp.blogspot.com/-ipeO48RcQDk/ToB-quzmLMI/AAAAAAAAARY/e4E7P1v_dkk/s400/HOMEMAD-2.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6503019281219852985-5070611194288872570?l=elianapetrizzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/feeds/5070611194288872570/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/2011/09/homemad.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6503019281219852985/posts/default/5070611194288872570'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6503019281219852985/posts/default/5070611194288872570'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/2011/09/homemad.html' title='HOMEMAD'/><author><name>eliana petrizzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06802162322834195878</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://4.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S18ADgSA-UI/AAAAAAAAAAM/YOdfxbs_YPY/S220/eliana.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-7SswV2ZMtIk/ToB-ZRHa1wI/AAAAAAAAARI/EO_2ibUPUtg/s72-c/scatola.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6503019281219852985.post-5972933730030322082</id><published>2011-02-26T00:59:00.000-08:00</published><updated>2011-02-26T01:01:05.012-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='critica sociale'/><title type='text'>ODIO GLI INDIFFERENTI di Antonio Gramsci</title><content type='html'>Odio gli indifferenti. Credo che vivere vuol dire essere partigiani. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica. &lt;br /&gt;L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico  può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra; poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare, la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E quest’ ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano. &lt;br /&gt;I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde; ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere. &lt;br /&gt;Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano: vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi; in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento. &lt;br /&gt;Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"La Città futura", pp. 1-1 Raccolto in SG, 78-80&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6503019281219852985-5972933730030322082?l=elianapetrizzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/feeds/5972933730030322082/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/2011/02/odio-gli-indifferenti-di-antonio.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6503019281219852985/posts/default/5972933730030322082'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6503019281219852985/posts/default/5972933730030322082'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/2011/02/odio-gli-indifferenti-di-antonio.html' title='ODIO GLI INDIFFERENTI di Antonio Gramsci'/><author><name>eliana petrizzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06802162322834195878</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://4.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S18ADgSA-UI/AAAAAAAAAAM/YOdfxbs_YPY/S220/eliana.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6503019281219852985.post-196937229855735151</id><published>2010-08-16T04:50:00.000-07:00</published><updated>2011-01-30T02:40:57.429-08:00</updated><title type='text'>Le Poesie di Tupi-Tupi</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/TGphXQJRDsI/AAAAAAAAAKU/FmssYbPZmXQ/s1600/poesie.JPG"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 244px; height: 400px;" 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alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5506320288129481186" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/TGkmSMxoTxI/AAAAAAAAAJ8/OyCRSlmE3uk/s1600/poetry+(2).jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 373px; height: 400px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/TGkmSMxoTxI/AAAAAAAAAJ8/OyCRSlmE3uk/s400/poetry+(2).jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5505974113546030866" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/TGkmH_bUwhI/AAAAAAAAAJ0/jjTrG4NUpxo/s1600/poetry.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 393px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/TGkmH_bUwhI/AAAAAAAAAJ0/jjTrG4NUpxo/s400/poetry.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5505973938164122130" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' 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Lascio la mia casa al buio, ogni oggetto immobile per giorni. Al rientro, la solitudine  mi attende come  un levriero.&lt;br /&gt;Sorvolando in aereo i Continenti, tutto quanto appartiene alla vita si annulla. Lievi e puri, fiumi, nuvole e regioni scivolano come al di sotto di un immenso oceano trasparente.&lt;br /&gt;Di primo mattino, il rumore della vita è distante, perdonato. Passa  come una barca a vele spente. Mi voto al giorno, ad uno per volta, come il piede alla pietra davanti, passando il fiume.&lt;br /&gt;Il petto al sole è un foglio bianco steso ad asciugare. Uccelli migratori in composte forme mutevoli.&lt;br /&gt;L’anima di garza e un occhio all’albero, dove il pane degli insetti non ha peso. Il corpo caldo dentro pietre nuove. Il mio nome: parola infondata, transumanza.&lt;br /&gt;Ascolto l’acqua del mare che applaude a riva col suo orlo salivoso, l’affanno arrochito delle onde, il rombo rugoso di quelle lontane. Raccolgo pensieri, cose da ricordare, conservo oggetti trovati in strada per misteriose concordanze. Tutto ciò che sono stata finora si assottiglia come un capello teso  lungo la linea dell’orizzonte. Sono scomparsa. Scomparirò anche domani, minuscola casa cancellata dal sole in piena, dalla pioggia del monsone, dal chiasso del mercato, dall’odore degli abiti sdraiati nel terreno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Stare seduta in treno, dimenticare cose, ricordarsene all’improvviso, diventare viaggiatrice. &lt;br /&gt;Meglio non agitarsi se il momento non è propizio. Sopportarsi senza precipitare, non corrersi intorno come cani. Il mondo è superato. Posso dunque voltarmi e continuare a vivere.  &lt;br /&gt;Calma e stupore alla vista del cielo migrante. Silenziosa atmosfera ai passaggi di confine. &lt;br /&gt;In treno, molti uomini in piedi fissano davanti. I lavoratori parlano delle proprie famiglie, del lavoro, del tempo, mai di altre cose. Le nuvole hanno il rostro uncinato dei mostri.&lt;br /&gt;Porto i miei passi senza intenzione, insegnando loro il linguaggio del luogo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In un piccolo villaggio, uccidono un animale. Ogni famiglia ne prende un pezzo. Alla fine, al centro della strada, restano le ossa. Arrivano gli uccelli a ripulirle; tutti hanno avuto ciò di cui avevano bisogno, e non c’è odore di morte nell’aria.&lt;br /&gt;Le bambine offrono un piccolo fiore rosa a noi di passaggio sulle moto; i bambini si lanciano al centro della strada per incontrare in corsa il palmo aperto delle nostre mani.&lt;br /&gt;Scopro un respiro senza ritorno al punto di partenza; eterno anonimo ed informe in cui ogni cosa si contenta di esistere essenzialmente. &lt;br /&gt;Non cerco che la pace; come ogni cosa calda l’espansione, come il calore l’altezza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Osservo come le cose in Natura stiano vicine tutte insieme in pace e silenzio: cose belle e cose brutte, cose nuove e cose andate.&lt;br /&gt;Dei villaggi del deserto, mi piacciono la lentezza e le piccole scelte del momento. Il vento luminoso mi tiene  salda allo splendore fragile del giorno. La sorpresa per ogni cosa diventa pura  come il profumo del pane, il profumo del mare. Resto come un fiore aperto alle trasmigrazioni degli insetti.  Mi integro, mi compio e comprendo. Riconosco la mia completezza nell’avere in me  la pazienza del bruco e della pietra, la tenacia del picchio, le braccia aperte dei fiumi, l’agilità dei serpenti, la coralità del vento che sposta abiti e carte, trasforma il cielo, piega l’erba, trasporta i semi.&lt;br /&gt;Imparo un’ignoranza selvatica  che mi insegna il desiderio senza scopo. Capisco quello che posso comprendere e quello che non mi è dato chiedere. Mi accorgo di come ogni cosa che accade nel momento presente abbia una risonanza profonda in ogni punto dell’Universo,  di come tutto ciò che credevo disperso sia invece riunito altrove.&lt;br /&gt;Per sentire il Mondo devo ignorarmi, per conoscere qualcosa oltre ciò che profondamente non sono. La luce si abbassa. Il tramonto dà alle piante la luce dell’acqua e all’ombra di ogni più piccola cosa la profondità dei monti. Scende a falcata piena tra le gole degli alberi.&lt;br /&gt;Di sera, nel monsone, passa un funerale. Le donne  tengono le mani al collo. Il vento forte, dietro di loro, plasma schiene ossute e pazienti.&lt;br /&gt;La montagna dorme con un occhio solo. Mi siedo su un albero. Il giorno mi saluta come un gregge di capre bianche. Le lascio passare; guardo la luce che scivola sulle loro schiene. Le mie mani oltre il ramo si muovono alla  brezza come fogli di preghiera.&lt;br /&gt;Dio è silenzioso, umile, totale;  come vorrei fosse ogni giorno il mio amore per il Mondo.&lt;br /&gt;Tengo l’occhio trasparente e fermo su tutto ciò che si muove. Tocco rotondo e perfetto dell’esserci: pienissima e vuota, pianissimo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6503019281219852985-93654432845112349?l=elianapetrizzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/feeds/93654432845112349/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/2010/02/viaggio-in-india.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6503019281219852985/posts/default/93654432845112349'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6503019281219852985/posts/default/93654432845112349'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/2010/02/viaggio-in-india.html' title='Viaggio in India'/><author><name>eliana petrizzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06802162322834195878</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://4.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S18ADgSA-UI/AAAAAAAAAAM/YOdfxbs_YPY/S220/eliana.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6503019281219852985.post-1438344201493591706</id><published>2010-02-08T10:14:00.000-08:00</published><updated>2010-02-14T06:00:06.129-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='i miei dipinti'/><title type='text'>I miei dipinti</title><content type='html'>Il corpo è dimora inagibile, maceria da cui evacuare, pieno a rendere, assegnamento in comodato d’uso a tempo determinato.  E’ la sede  di una morte che convive con me in ogni istante e che riconosco come  inaccettabile estranea.&lt;br /&gt;E’ metafora di tutto ciò che percepisco come limite e confine: corpo è la vita che non ho scelto, la passione dannosa, l’attracco senza porto delle parole. &lt;br /&gt;Nei miei quadri, il volto si astrae dal corpo, a ricordare una parte spirituale inattaccabile dalla mediocrità e dall’abbandono, pur recando con chiarezza lo stigma di quella lacerazione congenita all’essere al Mondo.&lt;br /&gt;Il paesaggio naturale che spesso affianca le mie figure, fermato in una luce che è insieme quella dell’alba e quella della sera, suggerisce di tradurre in dimora definitiva la fragilità, assumendola a misura dell’ abitare la Vita. &lt;br /&gt;La mia è una pittura di carne e di cenere che, nel rimpasto faticoso di successivi strati di materia e di velature, realizza infine la nostalgia dell’immagine, e questo malgrado il risultato talvolta iperrealista dei miei lavori. Più che la presenza, dipingo la sua sospensione e la sua impossibilità, il silenzio che ne precede la comparsa o che ne segue la perdita. &lt;br /&gt;Del modello, non mi interessano l’individuazione sessuale né la bellezza tradizionale. &lt;br /&gt;Cerco piuttosto la fibra nuda, quella che resta oltre la povertà delle linee che si disfano, oltre l’usura sbadata dei giorni. Cerco un tipo d’identità che si sciolga nel racconto delle proprie avarie rivelando, in questo passaggio, un’ essenza paradossalmente metafisica. Abbandonati i guasti della vita nel corpo, i miei volti  approdano in uno spazio limpido e calmo, con gli occhi spesso chiusi in un rapimento che dice ora l’umiltà tutta umana dell’ ignoranza, ora  la definitiva saggezza di chi ha molto sentito e compreso.&lt;br /&gt;I colori- richiamo alla dimensione fisica della percezione- scompaiono per lasciare campo alle tonalità monocrome, che li contengono tutti.&lt;br /&gt;Il quadro si racconta in un percorso di simbologie spirituali: la trasformazione di tutto ciò che esiste, l’armonia di ciò che è riunito in un Universo  indistinto, il principio della Vita portatrice di intelligenza, meraviglia, felicità completa, oltre il dolore della consapevolezza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3a0gCq41kI/AAAAAAAAAHo/9C169jsFAzQ/s1600-h/olio+su+cartone,+cm.+32x29.JPG"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 363px; height: 400px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3a0gCq41kI/AAAAAAAAAHo/9C169jsFAzQ/s400/olio+su+cartone,+cm.+32x29.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5437732062662022722" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3BVXv2xu-I/AAAAAAAAAHY/mPif93z8pZg/s1600-h/se+questa+%C3%A8+la+verit%C3%A0,+olio+su+tavola,++cm.50x50.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 395px; height: 400px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3BVXv2xu-I/AAAAAAAAAHY/mPif93z8pZg/s400/se+questa+%C3%A8+la+verit%C3%A0,+olio+su+tavola,++cm.50x50.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5435938616707759074" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3BVKNIXx6I/AAAAAAAAAHI/0oBAlqN6d00/s1600-h/vite+parallele,+olio+su+tavola,+cm.+41x37,+2008.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 381px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3BVKNIXx6I/AAAAAAAAAHI/0oBAlqN6d00/s400/vite+parallele,+olio+su+tavola,+cm.+41x37,+2008.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5435938384048015266" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3BU_UhRcmI/AAAAAAAAAHA/9d6ew6eTzr0/s1600-h/monica,+40x30.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 297px; height: 400px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3BU_UhRcmI/AAAAAAAAAHA/9d6ew6eTzr0/s400/monica,+40x30.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5435938197052944994" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3BU2lSykzI/AAAAAAAAAG4/2oNcqUpwTk4/s1600-h/interno,+olio+su+tavola,cm.+45x75,+2009.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 241px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3BU2lSykzI/AAAAAAAAAG4/2oNcqUpwTk4/s400/interno,+olio+su+tavola,cm.+45x75,+2009.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5435938046936781618" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3BUxLgJxGI/AAAAAAAAAGw/WUxX1miIE4E/s1600-h/gerardo,+olio+su+tela,+cm.+20x40,+2008.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 188px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3BUxLgJxGI/AAAAAAAAAGw/WUxX1miIE4E/s400/gerardo,+olio+su+tela,+cm.+20x40,+2008.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5435937954114159714" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6503019281219852985-1438344201493591706?l=elianapetrizzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='related' href='http://www.elianapetrizzi.com' title='I miei dipinti'/><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/feeds/1438344201493591706/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/2010/02/i-miei-dipinti.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6503019281219852985/posts/default/1438344201493591706'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6503019281219852985/posts/default/1438344201493591706'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/2010/02/i-miei-dipinti.html' title='I miei dipinti'/><author><name>eliana petrizzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06802162322834195878</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://4.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S18ADgSA-UI/AAAAAAAAAAM/YOdfxbs_YPY/S220/eliana.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3a0gCq41kI/AAAAAAAAAHo/9C169jsFAzQ/s72-c/olio+su+cartone,+cm.+32x29.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6503019281219852985.post-2434516580457226107</id><published>2010-02-08T05:42:00.001-08:00</published><updated>2010-02-13T06:50:51.932-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='le mie foto'/><title type='text'>La vera storia di Tupi-Tupi</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3AWTAhIhYI/AAAAAAAAAGA/8NmlFeqhevU/s1600-h/tupi+tupi.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 331px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3AWTAhIhYI/AAAAAAAAAGA/8NmlFeqhevU/s400/tupi+tupi.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5435869266048484738" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3AWMdyJ8pI/AAAAAAAAAF4/-iqHA-OOyfU/s1600-h/raccontominimo+(3).jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 283px; height: 400px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3AWMdyJ8pI/AAAAAAAAAF4/-iqHA-OOyfU/s400/raccontominimo+(3).jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5435869153645425298" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3AWGtaXNrI/AAAAAAAAAFw/wFMy6RVc3lM/s1600-h/racconto+minimo+(9).jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 300px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3AWGtaXNrI/AAAAAAAAAFw/wFMy6RVc3lM/s400/racconto+minimo+(9).jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5435869054761383602" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3AVzUmHoII/AAAAAAAAAFY/cFS-mGq0e7E/s1600-h/opere+di+fotografia+035.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 300px; height: 400px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3AVzUmHoII/AAAAAAAAAFY/cFS-mGq0e7E/s400/opere+di+fotografia+035.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5435868721682292866" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3AVl96O_NI/AAAAAAAAAFI/onCOkF6Njyo/s1600-h/31-03-09+(7).jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 275px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3AVl96O_NI/AAAAAAAAAFI/onCOkF6Njyo/s400/31-03-09+(7).jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5435868492254346450" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3AVU-3XM2I/AAAAAAAAAFA/Njcaw4XjXCY/s1600-h/28-02-09+(4).jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 229px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3AVU-3XM2I/AAAAAAAAAFA/Njcaw4XjXCY/s400/28-02-09+(4).jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5435868200452961122" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3AVPwwOWII/AAAAAAAAAE4/7klVIStnZgA/s1600-h/tupi-tupi-+8+feb.+(2).jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 310px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3AVPwwOWII/AAAAAAAAAE4/7klVIStnZgA/s400/tupi-tupi-+8+feb.+(2).jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5435868110765578370" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3AVIyxaOLI/AAAAAAAAAEw/hk1YG1sZn7I/s1600-h/22-2-09+(16).jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 313px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3AVIyxaOLI/AAAAAAAAAEw/hk1YG1sZn7I/s400/22-2-09+(16).jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5435867991048337586" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3AVBWYLamI/AAAAAAAAAEo/TkxyHX43_EE/s1600-h/22-2-09+(17).jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 309px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3AVBWYLamI/AAAAAAAAAEo/TkxyHX43_EE/s400/22-2-09+(17).jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5435867863167232610" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6503019281219852985-2434516580457226107?l=elianapetrizzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/feeds/2434516580457226107/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/2010/02/la-vera-storia-di-tupi-tupi.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6503019281219852985/posts/default/2434516580457226107'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6503019281219852985/posts/default/2434516580457226107'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/2010/02/la-vera-storia-di-tupi-tupi.html' title='La vera storia di Tupi-Tupi'/><author><name>eliana petrizzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06802162322834195878</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://4.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S18ADgSA-UI/AAAAAAAAAAM/YOdfxbs_YPY/S220/eliana.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3AWTAhIhYI/AAAAAAAAAGA/8NmlFeqhevU/s72-c/tupi+tupi.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6503019281219852985.post-8756172638674085442</id><published>2010-01-26T06:38:00.004-08:00</published><updated>2011-12-22T07:22:29.995-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='arte contemporanea'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='fiere d&apos;arte'/><title type='text'>Ad una Fiera d'Arte Internazionale</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3a1Aa7QyNI/AAAAAAAAAH4/N_C8XGxJsik/s1600-h/l%27alba,+olio+su+tela,+cm.+45x35,+2010.JPG"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 310px; height: 400px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3a1Aa7QyNI/AAAAAAAAAH4/N_C8XGxJsik/s400/l%27alba,+olio+su+tela,+cm.+45x35,+2010.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5437732618928965842" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S2lWCGUYyLI/AAAAAAAAAC4/1nczQ4CYJnA/s1600-h/no+transit,+olio+su+tavola,+cm.42x51,+2008.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 361px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S2lWCGUYyLI/AAAAAAAAAC4/1nczQ4CYJnA/s400/no+transit,+olio+su+tavola,+cm.42x51,+2008.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5433969019455064242" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Poca gente. Gli stand sono bianchi e digiuni; tre, cinque opere esposte al massimo.&lt;br /&gt;Artisti e galleristi si riconoscono subito: specie quelli del nord Europa, indossano abiti che  non si trovano facilmente nei nostri negozi; capi originali dal taglio sghembo, quasi sempre grigi o neri. Niente gioielli, niente colori, niente trucco. Nel viso, il coraggio dei lineamenti crudi. Se entri nelle gallerie più celebri, titolari ed assistenti non ti salutano nemmeno. Restano attaccati ai loro portatili, con gli occhi persi in un flusso rapidissimo di dati. Oppure parlano con qualcuno simile a loro, sogghignando a bassa voce. I visitatori entrano intimoriti nei luoghi dell’Arte; si guardano intorno spaesati come in una chiesa vuota o tra le macerie di una casa crollata, fermàti appena in tempo mentre stanno per calpestare due palline di marmo posate sopra un foglio di carta bianca: opera di un artista emergente. Il gallerista li avverte con uno sguardo che dice insieme molte cose: “ Fate attenzione!”, “Ma non capite?”, ma anche “ Scusate, abbiate pazienza!...” &lt;br /&gt;Più che osservare le opere, ho seguito la gente. Di profani ed esperti, il commento che più di frequente ho ascoltato è stato  un vaporoso “Mah!” Ed in effetti, io stessa non ho potuto esclamare altro. Ero venuta qui per pensare di più, per sentire oltre. Ero partita piena del mio solito ottimismo; ansiosa di conoscere artisti da cui apprendere nuove densità. E invece niente. Nemmeno un livello minimo di cortesia. Almeno, nei negozi di lusso i commessi ti salutano cordialmente se pensano che tu possa comprare. Qui nemmeno questo, solo lo sguardo gelido di chi ti disprezza perché non riesci a capire il prezioso méta-mondo che loro, secondo loro, in quel momento ti stanno offrendo ma di cui a te non arriva assolutamente nulla; non una domanda, nessuna emozione, nemmeno più un’obiezione, nessuna aderenza alla tua vita, reale o possibile. Non un prima, non un poi e nemmeno un adesso.&lt;br /&gt;La mia Fede è sempre stata che esista una capacità dell’immagine  di evocare significati ulteriori. Qui io non ne ho scorto alcuno. Possibile che l’immagine del contemporaneo non sia che in un continuo disfacimento senza simbolo e senza racconto, in un’estetica senza tecnica, senza gioia, senza più nemmeno la bellezza estrema della miseria? Possibile che l’unico valore aggiunto di tante opere sia solo quello del mercato? Che la miopia sia tale da non saper più distinguere tra una vera opera d’arte, una trovata di design e un’ intuizione di grafica pubblicitaria?&lt;br /&gt;Che l’Arte Contemporanea sia una materia complessa e il più delle volte incomprensibile è chiaro a tutti, all’uomo comune come all’artista stesso. Un linguaggio che rivolge continuamente la lente su se stesso più che sulle sue finalità, finisce paradossalmente per implodere, per  esaurire le proprie capacità sintattiche, frustrando così  ogni volontà di significato. &lt;br /&gt;La quotidiana proliferazione di messaggi e mezzi espressivi - talvolta validi, altre frutto di arbìtri scellerati - rende impossibile ogni codice, ogni direzione, ogni destinazione. Soprattutto, impedisce a chi si accosta all’arte contemporanea quello che accadeva un tempo dinanzi ad un’opera classica; l’assoluta simultaneità tra creazione, percezione e comprensione.&lt;br /&gt;Naturalmente, guardare indietro serve a poco. Così come servono a poco le diatribe  su quale sia il linguaggio più contemporaneo, sulla morte della pittura e così via farneticando. Tutto quanto serve a comunicare delle idee ad alta risonanza è cosa giusta. Ogni medium è vivo se prossimo al nostro destino di energie in transito. &lt;br /&gt;Dall’immagine al concetto, si dipana l’intera storia dell’Arte contemporanea. Scriveva Sol Le Witt “L’Arte concettuale è buona solo quando l’idea è buona.” A me pare che oggi non siamo più in grado di individuare una buona idea nei concetti in mostra . L’onnipresenza del cattivo gusto e di provocazioni senza azioni, il totalitarismo del banale, si mascherano dietro l’etichetta concettuale senza la quale, in molti casi, apparirebbero per quello che sono in fondo: bancarotta estetica ed intellettuale in cui le idee crollano per eccesso di usura. Come è successo al concetto di corpo; ruminato, eluso, mortificato, negato, svenduto. Nella figurazione,  resta adagiato nella piaga di uno sgomento familiare che abbandona partenze ed approdi e che spesso vive persino la lotta come una forma di resa. Vedo allora, soprattutto in certe opere neo-figurative, la figura umana prendere forma in un vago essere al di là rispetto alla Natura e alla Storia. E’ un temperamento che ricorda molto da vicino  il furore malinconico di cui parlava Platone riferendosi al sentimento generato dalla nostalgia di ciò che si è irrimediabilmente perduto e dall’aspirazione verso qualcosa che è impossibile ottenere.&lt;br /&gt;La forma si scioglie e sbava all’interno di un contorno rigoroso che la isola dal Mondo, restituendola alla sua originaria indole di  monade.&lt;br /&gt;Artista e soggetto patiscono le commiserazioni di chi si vede ridotto ad irrilevante manifestazione dell’ordine delle cose. La vita non è più il luogo in cui è possibile celebrare l’unità degli opposti, ma l’inferno in cui prendere definitivamente consapevolezza della loro inconciliabilità. &lt;br /&gt;L’arte contemporanea ribadisce proprio e di continuo l’insanabilità di ogni conflitto, l’impossibilità  di ogni equilibrio. Mette in scena la paura primaria di ciascuno: quella di scomparire e di non riapparire più da nessuna parte. L’angoscia è quella di chi non è più in confidenza col proprio essere al Mondo in quanto parte di esso. La presenza continua, ancora e di nuovo, del corpo, del volto umano, non sono che la risposta al tema primitivo dell’abbandono che parte dalla nascita e che si ripete in numerose forme di lutto durante tutta la vita.&lt;br /&gt;Nulla è stabile. Non esiste chiarezza né possibilità di significato certo. Graffi e pennellate dicono l’inarrestabilità di un destino aggressivo e sempre pericoloso. &lt;br /&gt;L’immagine viene perforata per rovesciare dinanzi ai nostri occhi le viscere che fermentano nel buio delle cose. Non esiste controllo. La fretta, l’impeto, agguantano le forme per restituirle a ciò che esse sono fondamentalmente: caos, precarietà, metamorfosi, sangue vivo.&lt;br /&gt;Quella contemporanea è una forma di carne e di cenere che, nel rimpasto scarno dei segni,  realizza infine la nostalgia dell’immagine, la sua definitiva scomparsa. Più che la presenza, dice la sua sospensione e la sua impossibilità.&lt;br /&gt;Del personaggio, non interessano più né l’individuazione né la bellezza tradizionale. Si cerca piuttosto la fibra nuda, quella che resta oltre la povertà delle linee che si disfano, oltre l’usura sbadata dei giorni. &lt;br /&gt;Tutto quello che il capitalismo degli ultimi anni è riuscito a fare o a disfare dell’uomo, è esposto in queste opere, quasi tutte all’insegna di un codice debole che rincorre tuttavia - ecco la sua più grossa falla - il concetto come involucro, come packaging, per giustificare l’appartenenza ad un sistema in cui ciò che una volta era il contenuto - il concetto, appunto - diventa immagine, apparenza che distrae dal vuoto di fondo, dal più niente da dire.&lt;br /&gt;Rientro depressa, svuotata da una fame longitudinale.&lt;br /&gt;Di questi tre giorni, mi resta la sorpresa di una città  che non conoscevo, piccole cose deliziose acquistate al mercatino dell’usato, la bellezza di certi paesaggi urbani sotto un cielo grigio ed immobile che mi hanno ispirato nuove opere al rientro. &lt;br /&gt;Non mi arrendo. I still believe.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6503019281219852985-8756172638674085442?l=elianapetrizzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/feeds/8756172638674085442/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/2010/01/ad-una-fiera-darte-internazionale.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6503019281219852985/posts/default/8756172638674085442'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6503019281219852985/posts/default/8756172638674085442'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://elianapetrizzi.blogspot.com/2010/01/ad-una-fiera-darte-internazionale.html' title='Ad una Fiera d&apos;Arte Internazionale'/><author><name>eliana petrizzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06802162322834195878</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://4.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S18ADgSA-UI/AAAAAAAAAAM/YOdfxbs_YPY/S220/eliana.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_NL80XSbHYmM/S3a1Aa7QyNI/AAAAAAAAAH4/N_C8XGxJsik/s72-c/l%27alba,+olio+su+tela,+cm.+45x35,+2010.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry></feed>
